29 ANNI FA MORIVA ENRICO BERLINGUER, E CON LUI LA SINISTRA ITALIANA

MORI’ A PADOVA DOPO UN MALORE DURANTE UN COMIZIO
«La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico». Questo monito Enrico Berlinguer lo lanciava durante un’intervista a LaRepubblica del 28 luglio 1981. Sono passati quasi 22 anni e le sue parole sono ancora tristemente attuali. Il Segretario del PCI aveva già allora intuito che la politica era ormai diventata per molti un affare, un sistema corrotto e sporco, che uscì allo scoperto solo dieci anni dopo. E da allora non ha mai smesso di essere tale; anzi, nella Seconda Repubblica, Tangentopoli è diventata ancora più becera e squallida.
Ventinove anni fa Enrico Berlinguer moriva dopo un malore risentito durante un (come sempre) appassionato comizio a Padova, che volle comunque concludere. Con lui è morta tutta la sinistra italiana, che negli anni successivi ha patito la mancanza di unità e di una leadership forte.

BIOGRAFIA – Enrico Berlinguer nacque a Sassari il 25 maggio 1922 figlio di Mario Berlinguer, un avvocato repubblicano, antifascista e massone discendente da una nobile famiglia catalana stabilitasi in Sardegna all’epoca della dominazione aragonese, e di Maria Loriga. Eletto per la prima volta deputato nel 1968, per il collegio elettorale di Roma, si fece portavoce della corrente progressista e popolare del partito. Nominato, nel corso del XII congresso, vice-segretario nazionale (durante la segreteria di Luigi Longo), guidò nel 1969 una delegazione del partito ai lavori della conferenza internazionale dei partiti comunisti che si tenne a Mosca; in tale occasione, trovandosi in disaccordo con la “linea” sovietica (fonte massima degli indirizzi dell’Internazionale comunista), a sorpresa rifiutò di sottoscrivere la relazione finale. La presa di posizione, inattesa quanto “scandalosa”, fu memorabile: tenne il discorso decisamente più critico in assoluto fra quelli che mai leader comunisti abbiano tenuto a Mosca, rifiutando tassativamente la “scomunica” dei comunisti cinesi e rinfacciando a Leonid Brežnev che l’invasione sovietica della Cecoslovacchia (che definì espressivamente la “tragedia di Praga”) aveva solo evidenziato le radicali divergenze affioranti nel movimento comunista su temi fondamentali come la sovranità nazionale, la democrazia socialista e la libertà di cultura.
Nel 1970 Berlinguer proclamò un’altrettanto inattesa apertura verso il mondo dell’industria: dichiarando che il PCI guardava con favore a un nuovo modello di sviluppo, inseriva il partito in un dibattito politico-economico fin allora considerato tabù per i comunisti.
GLI ANNI D’ORO DEL PCI – Dopo anni di relegazione a ruolo di opposizione, per il PCI, a partire dal ’68, iniziò una nuova stagione, con potenziali possibilità di entrare anche nel Governo. Dal 1968, l’immobilismo dei partiti al Governo fu sostituito dall’attivismo della base, facendo sorgere la più grande stagione di azione collettiva nella storia della nostra Repubblica. Tale epoca fu definita “la stagione dei Movimenti”. Il PCI in quegli anni fu visto come riferimento di molti tra coloro che
partecipavano attivamente ai movimenti “sessantottini”, e infatti i consensi per il partito comunista crebbero sensibilmente. Ma la vera svolta arrivo con l’elezione a segretario nel marzo ’72 di Enrico
Berlinguer, che lanciò nell’ottobre 1973, l’idea di un “compromesso storico” tra i principali partiti: PCI, PSI e DC, che ricordasse quello delle forze politiche antifasciste tra il ’43 e il ’47, fautrici della Costituzione.  Le elezioni del 21 giugno 1976 fecero registrare per il PCI il 34,4% dei voti, mentre
lo PSI si attestò intorno al 10%; la DC si riprese con quasi il 39%. Nacque così un Governo di “solidarietà nazionale”, con il PCI che appoggiava numericamente la DC, ma in sostanza non governava. Questo fu il punto di arrivo del “compromesso storico”, che nella sua concretezza, apparve in realtà più una difesa ed attuazione della Costituzione, anziché un vero e proprio
riformismo
Di fatto, ogni tentativo di accordo sparì con l’uccisione di Aldo Moro, Presidente della Democrazia cristiana, il 9 maggio 1978, per opera delle Brigate rosse, anche se c’è chi sostiene che in questa vicenda siano immischiati anche i servizi segreti italiani e americani, contrari ad una svolta a sinistra dell’Italia. Oltre che grosse responsabilità da parte della Dc.
Comunque, con la morte di Moro morirono anche le possibilità di vedere il PCI al Governo, tant’è che quest’ultimo perse qualche punto percentuale, mentre cominciò ad acquisire maggiore popolarità il Partito socialista guidato da Bettino Craxi.
ANNI ’80, IL DECLINO DEL PCI– Negli anni ’80 iniziò il definitivo declino del PCI. Se Berlinguer riuscì ad aumentare in quegli anni i consensi prendendo le distanze dallo spauracchio sovietico e cercando di costruire un “Eurocomunismo”, cioè un comunismo prettamente occidentale e più moderno, diverso da quello allora ancora vigente in Russia, non fu seguito dai partiti comunisti principali degli altri Paesi europei, troppo presi a mantenere le proprie peculiarità interne di nicchia. Con la morte di Berlinguer, dell’11 giugno 1984 a Padova, il PCI perse un leader che aveva tentato, quasi riuscendoci, di portare il partito al Governo dopo decenni di opposizione, soprattutto grazie al tentativo di modernizzarlo e renderlo pronto al dialogo anche con gli avversari di sempre: i democristiani. fine del PCI. A Berlinguer susseguirono Alessandro Natta prima e Achille Occhetto poi. Quest’ultimo cercò di continuare quel processo di cambiamento iniziato da Berlinguer; del resto però, si vede anche costretto a farlo quando il 9 novembre 1989 fu abbattuto il muro di Berlino che divideva la Germania in Est (comunista) ed Ovest (nell’orbita occidentale), e la caduta del muro di Berlino viene storicamente definita come la fine del regime comunista sovietico, e spartiacque anche di altri periodi storici molto rilevanti, come ad esempio la Guerra Fredda tra USA e URSS.
Così, al ventesimo ed ultimo Congresso svoltosi a Rimini tra il 31 gennaio e il 3 febbraio del 1991, avvenne lo scioglimento ufficiale, e dalle ceneri del PCI nacquero il Partito Democratico di Sinistra (PDS) e il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Finiva così ufficialmente la storia del Partito comunista più importante d’Europa e, col passare degli anni, è venuta a svanire nel Parlamento italiano, la presenza di un partito comunista numericamente rilevante. Di fatto, i principali suoi eredi hanno cercato negli anni successivi una possibile convivenza al
Governo, ma con scarsi risultati.
IL POST-COMUNISMO – Il primo banco di prova furono proprio le elezioni tenutesi nell’aprile ’94, nelle quali si andava a votare per la prima volta con un sistema maggioritario bipolare, che stabiliva la presenza di due coalizioni. Il PDS, che guidava “l’Alleanza dei progressisti”20, perse però le elezioni, vinte dal Polo della Libertà, guidato da Silvio Berlusconi. Questa sconfitta portò come prima conseguenza le dimissioni di Occhetto da segretario del PDS, e da allora egli non ebbe più alcun ruolo nel partito, né in generale nella politica italiana. A succedergli fu Massimo D’Alema. Quest’ultimo fu uno dei principali fautori, insieme a Romano Prodi, di un processo di cambiamento del PDS, cercando di creare un soggetto unitario di centro-sinistra. Infatti nacque l’Ulivo, insieme a PPI, Rinnovamento Italiano, Verdi e altri. In occasione delle elezioni del 21 aprile 1996, a seguito della caduta del Governo Berlusconi che durò solo 9 mesi (cui seguì un Governo tecnico di transizione guidato da Lamberto Dini), l’Ulivo si alleò con Rifondazione comunista cui segretario era Fausto Bertinotti, vincendo le elezioni contro il centro-destra sempre guidato da Berlusconi, ma orfano della Lega di Bossi.
Tuttavia tale coalizione durò circa due anni, visto che Rifondazione comunista non ne votò la fiducia, in disaccordo con la politica sociale prevista dalla finanziaria, nella fattispecie in materia di riforme del sistema pensionistico. Da questa spaccatura della coalizione, ne conseguì anche un’altra tutta interna a Rifondazione, con una parte dei membri di partito che ne uscirono, fondando una nuova formazione politica, il PDCI (Partito dei Comunisti italiani), che vollero dare ancora fiducia a quella coalizione.
Seguirono così altre coalizioni di centrosinistra, ben 3, da altrettanti rimpasti: il primo e secondo Governo D’Alema e un Governo Amato. Anche lo stesso processo di formazione di un soggetto unitario di centrosinistra, quale stava diventando l’Ulivo, trovò un momento di crisi, essendosi allontanato dalla politica italiana uno dei principali padri fondatori, Romano Prodi, eletto Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004. Arrivarono poi le elezioni del 2001 e per gli italiani si trattò di nuovo di scegliere tra due coalizioni. Da un lato un ricompattato centrodestra,
che aveva ritrovato l’alleanza della Lega di Bossi, oltre all’inossidabile asse Fini-Berlusconi, e l’appoggio dei moderati dell’UDC; dall’altro un centro-sinistra diviso, senza Rifondazione. Ed infatti arrivò la quasi scontata vittoria della “Casa delle libertà” (la coalizione di centro-destra appunto), che durò tutti i 5 anni, pur se con diversi cambi della squadra di Governo.
DALL’UNIONE AL PD E SEL – Durante gli anni del secondo Governo Berlusconi, il centro-sinistra provò a ricompattarsi, forte anche del ritorno di Prodi alla politica italiana, dopo l’avventura come Commissario europeo. Ecco che riprende il dialogo tra diverse forze politiche, per fornire al Paese una valida alternativa al centrodestra. Nacque così una coalizione di centro-sinistra, denominata “Unione”, con il ritrovato accordo con Rifondazione comunista e anche il partito di Di Pietro, l’Italia dei valori. Tuttavia, tale coalizione ha tra le sue pecche quella di essere eccessivamente variegata, con ben 10 partitI al suo interno. L’Unione riuscì a vincere le elezioni, se pur con uno scarto esiguo alla Camera (24 mila voti) e ottenendo la maggioranza dei senatori grazie al voto degli italiani all’estero. E saranno proprio le differenze al suo interno e la maggioranza esigua in Senato, a sancirne la breve durata, ossia meno di due anni.
Durante questo biennio però si sono intensificati i lavori per la nascita di un partito unitario di centro-sinistra, denominandolo volutamente come quello americano, il Partito democratico, che di fatto ha visto il confluire di due partiti dalle radici storicamente molto diverse, Democratici di sinistra (ex PCI) e Margherita (ex DC), nascendo ufficialmente il 14 ottobre 2007, attraverso le elezioni primarie per la scelta del segretario nazionale e dell’Assemblea Costituente.
Si è realizzato così quel progetto avviato nel ’95 con l’Ulivo, dando vita ad un soggetto politico che non sia solo una confederazione di partiti ma un partito unico di centrosinistra.
Nel centro-sinistra oltre al PD, vi è stata un’altra novità: “La sinistra l’arcobaleno”, nata da un Congresso tenutosi a Roma l’8 e il 9 dicembre 2007, con l’intento di essere un partito unitario di sinistra e ambientalista, formato da Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica. Spariscono così altri due simboli esplicitamente rievocativi del comunismo, visto che Rifondazione e Comunisti italiani, oltre alla denominazione, hanno modificato anche il loro simbolo, preferendo un arcobaleno al classico “falce e martello”. Ma il deludente risultato elettorale alle elezioni di aprile 2008 (poco più del 3%) portò all’immediata fine del nuovo soggetto politico, con un ritorno dei precedenti simboli. Ancora, nel 2009, lo sconfitto candidato alla segreteria di Rifondazione, Nichi Vendola, crea un nuovo partito: Sinistra, ecologia e libertà, col tentativo di rimodernare la sinistra italiana nei linguaggi e nei simboli.
Il resto è, per la sinistra italiana, triste storia recente. Anche la destra è morta insieme al suo storico segretario: Giorgio Almirante. Il partito che ci ha governato negli ultimi vent’anni è solo frutto di un’operazione voluta da un imprenditore per non farsi arrestare.

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