Elezioni in Spagna e Polonia, l’Unione europea porge l’altra guancia: schiaffi da sinistra e destra

Tempo di lettura:   7 minuti
NEL PAESE IBERICO BRUTTA SCONFITTA PER IL PARTITO POPOLARE AL GOVERNO E PER I SOCIALISTI, MENTRE IN POLONIA VINCE LA DESTRA CONSERVATRICE EUROSCETTICA
Domenica scorsa l’Unione europea ha messo in pratica un invito di Gesù: porgi l’altra guancia. Sebbene lo abbia fatto suo malgrado e indirettamente. Da Spagna e Polonia sono arrivati due risultati elettorali ad ulteriore conferma dell’euroscetticismo ormai dilagante nel vecchio continente. Due autentici schiaffi ricevuti da destra e sinistra. Nel Paese iberico alle amministrative ha trionfato il Movimento Podemos, che ho già descritto come un mix tra Grillo e Tsipras; con i partiti tradizionalisti popolari e socialisti al minimo storico. Mentre nel Paese d’origine di Karol Wojtyla a trionfare alle presidenziali è stata la destra reazionaria, nazionalista ed “euroscettica di Andrzej Duda, 43enne, che ha raccolto un grande consenso tra gli ‘ultimi’.

IL TRIONFO DI PODEMOS – Se è difficile dire chi abbia vinto – ogni territorio fa storia a sé, e spesso si registrano successi di liste civiche o coalizioni di carattere locale non riconducibili a partiti di carattere nazionale – sicuramente non possono cantare vittoria i due partiti che si sono spartiti il potere dall’inizio degli anni ’80 ad oggi, cioè da quando una parte della classe dirigente franchista decise di andare ad una riforma parziale e indolore del precedente regime per permettere l’ingresso di Madrid nell’Unione Europea e nel Patto Atlantico.
Oggi la stragrande maggioranza dei media internazionali parlano di exploit di Podemos, ma in realtà le neonate coalizioni elettorali di sinistra e centrosinistra che si sono affermate in molte città non posson essere considerate un calco locale del partito guidato da Pablo Iglesias. Podemos – che ha deciso di non presentarsi alle amministrative – ha infatti dato vita a liste locali con pezzi provenienti da Izquierda Unida e da altri partiti anche consistenti, imbarcando però a volte anche personale politico proveniente dal Partito Socialista in fuga dalla casa madre oltre a esponenti di movimenti di lotta contro l’austerità e i tagli indiscriminati che hanno colpito milioni di lavoratori e cittadini.
Certamente l’affermazione a Barcellona di Barcelona En Comú, la lista guidata da Ada Colau e sostenuta da Podemos, Iniciativa per Catalunya Verds (centrosinistra), Esquerra Unida i Alternativa (sinistra), Equo (centrosinistra) e Procés Constituent – a lungo capofila del radicato e battagliero movimento contro gli sfratti – indica un segnale di tendenza che potrebbe irrompere nelle prossime elezioni politiche generali.
Buon risultato anche a Madrid dove ‘Ahora Madrid’, coalizione guidata dalla 71enne giudice in pensione Manuela Carmena (membro della fondazione Alternativas insieme agli ex premier socialisti Felipe Gonzalez e Zapatero!), è riuscita a piazzarsi al secondo posto alle spalle di un Partito popolare fortemente ridimensionato ma ancora primo. Per governare però Carmena dovrà cercare un’alleanza con i socialisti, arrivati terzi. Anche a Barcellona Colau dovrà ottenere il sostegno di liste minori – oppure dei socialisti – se vorrà guidare la capitale catalana.
Il discorso ‘anticasta’ e ‘nuovista’ di Podemos, adottato dalle liste civiche locali, ha attirato i voti di settori ampi e trasversali. Paradossalmente a farne le spese è stata la ‘sinistra radicale’ spagnola che a volte è stata punita per la scarsa determinazione dimostrata in questi anni contro il governo e a fianco dei movimenti sociali, a volte per spurie e incomprensibili alleanze con i socialisti per il governo di alcune città, a volte semplicemente perché considerata ‘obsoleta’, ‘vecchia’, parte del sistema dei partiti.
LA CRISI DI POPOLARI E SOCIALISTI– E’ una sconfitta netta, inequivocabile – ed annunciata – quella che ha letteralmente investito il Partito Popolare di Mariano Rajoy, la destra postfranchista al governo, coinvolta in una ondata di scandali e punita dall’elettorato perché promotrice di durissime politiche di tagli e privatizzazioni imposte dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Il partito del premier ha ottenuto ieri solo il 27% dei voti, perdendo circa 10 punti percentuali rispetto alle precedenti amministrative e due milioni e mezzo di voti. Particolarmente cocente la sconfitta nella capitale Madrid, dove il PP era al potere ormai da due decenni.
Ma anche i “socialisti” del Psoe – che nella sua denominazione si ostina a definirsi ‘Operaio’ – non possono certo cantare vittoria, anche se negli ultimi anni hanno potuto godere della comoda posizione di “partito di opposizione”. Ma molti elettori non hanno perdonato al partito che fu di Zapatero le politiche di austerità implementate nei due anni precedenti l’arrivo di Rajoy – in particolare la controriforma del lavoro e i tagli alle pensioni – e la scarsa determinazione dimostrata nell’opposizione al governo più antipopolare degli ultimi decenni con il quale spesso il Psoe ha condiviso molto. E così i socialisti si sono fermati al 25%, perdendo due punti rispetto al 2011 ma recuperando comunque due milioni di voti rispetto alle elezioni europee dello scorso anno.
Il PP – che ha vinto ben dodici delle tredici sfide regionali pur perdendo la maggioranza assoluta quasi ovunque – ha comunque ottenuto 6 milioni di voti e 23 mila consiglieri. A poca distanza il Psoe che con 5 milioni e 600 mila voti ha ottenuto quasi 21 mila consiglieri. Assieme i due partiti sono lontani dal 70-80% dei consensi che raccoglievano solo pochissimi anni fa, ma mantengono comunque il 52% dei voti a livello statale e una quota assai superiore se dal computo si eliminano Catalogna e Paese Basco. Senza parlare del fatto che se da una parte il bipartitismo viene fortemente ridimensionato, dall’altra si afferma una forza di centrodestra liberista come Ciutadanos capace di attirare molti dei voti in fuga dalla destra popolare e dal ‘centrosinistra’ socialista. Il partito di Albert Rivera si è piazzato al quarto posto sia a Madrid che a Barcellona, oltre che in altre importanti città dello stato, costituendo un bacino di riserva per un bipartitismo che dovrà dividere il potere con altre due formazioni – Podemos da una parte e Ciutadanos dall’altra – ma che potrà mantenere tranquillamente il controllo della situazione potendo contare proprio sul sostegno almeno della formazione nata in Catalogna dieci anni fa e recentemente protagonista di un vero e proprio boom elettorale auspicato e pilotato dai media e da alcuni apparati politici e imprenditoriali. Il risultato di Ciutadanos permetterà a questo partito liberale di rappresentare l’ago della bilancia della governabilità, riconsegnando al PP o al Psoe l’accesso al potere nelle amministrazioni locali e anche nelle regioni di Madrid, Murcia, La Rioja e Castilla y Leon.
Di fatto al 52% conquistato dall’asse PP-Psoe, occorre aggiungere il 6,5% di Ciutadanos, e quindi le forze continuiste sul piano politico, sociale ed economico raggiungono la soglia del 60% a livello statale. Quota al quale occorre inoltre sommare le formazioni politiche espressione degli interessi delle borghesie catalane e basche. Se in Catalogna il partito nazionalista CIU ha dovuto cedere terreno alla sinistra indipendentista (da segnalare l’exploit della Cup con il 7% e tre consiglieri comunali a Barcellona) e a Barcelona En Comù, nel Paese Basco il risultato del Partito Nazionalista (PNV) è andato oltre le aspettative piazzandosi largamente in testa, mentre la sinistra indipendentista di EH Bildu ha perso terreno anche nella sua storica roccaforte Donostia, dove pure da alcuni anni governa.
Per tornare al quadro nazionale, se non ci saranno sorprese particolari, è prevedibile che alle prossime elezioni politiche le forze del regime liberista espressione degli obiettivi e degli interessi dell’Unione Europea potranno contare su un 70% dei consensi. Dalle elezioni di ieri sembra proprio che il sistema politico sia uscito indebolito, ridimensionato, obbligato ad adottare nuove forme ma certamente non sconfitto.
IL TRIONFO DI DUDA TRA GLI ULTIMI– Alla fine il ballottaggio lo ha vinto Andrzej Duda, 43 anni, esponente della destra reazionaria, nazionalista ed “euroscettica”, che ha battuto il capo dello stato uscente, il liberale – ed esponente del partito di centrodestra ‘Piattaforma Civica’ – Bronislaw Komorowski, aggiudicandosi il 52% dei consensi al secondo turno delle elezioni presidenziali polacche di ieri. Torna così in sella il partito ‘Diritto e Giustizia’, la formazione fondata dai gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski e da tempo lontana dal potere.
Nato nel 1972 a Cracovia, l’avvocato Andrzej Duda nel 2000 si era iscritto ai centristi di Unione della Libertà, per poi radicalizzarsi a destra. Viceministro della giustizia (2006 – 2007) nel governo del premier Jaroslaw Kaczynski, viene scelto per la carica di segretario di stato quando Lech Kaczynski diventa presidente della repubblica nel 2005. Dopo la morte di Lech Kaczynski nella sciagura aerea del 10 aprile 2010 a Smolensk, Duda si candida a sindaco di Cracovia, ma viene sconfitto e deve accontentarsi di essere eletto consigliere comunale. Nel 2011 viene eletto deputato nazionale e nel 2014 eurodeputato nelle liste della destra nazionalista.
Questa volta l’ha spuntata. Al primo turno la differenza di voti con Komorowski era minima, con un solo punto percentuale di vantaggio sull’ex presidente della repubblica (34.76% contro 33.76%).
Nella seconda parte della sua campagna elettorale, mentre il suo sfidante liberale tesseva le lodi dell’Unione Europea, dell’integrazione economica e politica con Bruxelles e della moneta unica, Duda ha sparato a zero contro l’Europa unita e l’entrata di Varsavia nell’Eurozona, dimostrando un euroscetticismo apertamente di destra e nazionalista (non a caso oggi il leghista Salvini canta vittoria). Sostenuto dagli ambienti più reazionari della Chiesa polacca, il nuovo presidente ha ad esempio dichiarato di voler punire con la reclusione le donne che si sottopongono alla fecondazione in vitro.
La vittoria del candidato di destra, secondo l’istituto Ipsos, è dovuta in particolare al voto di agricoltori, operai, disoccupati: Duda ha ricevuto infatti il 66,4% dei voti fra gli agricoltori, il 61,9% fra gli operai, il 63,8% fra gli studenti, il 62,4% fra i disoccupati, il 52,9% fra i pensionati. In suo favore ha votato il 60,8% dei giovani sotto il 30 anni. Fra i laureati invece ha vinto il presidente uscente, con il 54,9% delle preferenze.
D’altronde il Paese ha fatto registrare una notevole crescita economica e aderire all’Euro sarebbe un suicidio.
Tutto lascia presagire che alle amministrative di domenica prossima a fare il boom saranno Grillo e Salvini. Non a caso Renzi ha ridotto le proprie ambizioni: prima era convinto di vincere le regionali per 6 a 1, ora parla di un trionfo anche in caso di 4 a 3. Probabilmente ha intravisto all’orizzonte il ciclone euroscettico che potrebbe travolgerlo. E sicuramente parlerà di vittoria nascondendo sotto il tappeto i milioni di voti persi.

Precedente In arrivo tre sentenze della Corte costituzionale che fanno tremare Renzi: ecco quali e perché Successivo Nasce Possibile di Pippo Civati, ennesimo movimento di sinistra: gli obiettivi e le proposte

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.