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Forza Italia, addio di Verdini non è solo danno politico: quanto costa a Berlusconi

Il raggruppamento “Alleanza Liberale Popolare e Autonomie” sarà presentato fra lunedì e martedì prossimo. E farà da stampella al premier Matteo Renzi
Qualcuno ha già parlato di Governo Renzi-Verdini. Già, perché a quanto pare, il plurindagato Senatore di Forza Italia creerà un gruppo che farà da stampella a Renzi. Si chiamerà “Alleanza Liberale Popolare e Autonomie”, un mix di termini già abusati in passato per la creazione di altri gruppi parlamentari. Verdini avrebbe avuto garanzie da Luca Lotti che coloro che aiuteranno il premier a far passare le riforme avranno «diritto di tribuna», cioè saranno ricandidati. Ma dove e come? Il senatore l’ha spiegato così ai fedelissimi: «La sinistra Pd cercherà di far saltare il governo, noi “salveremo” le riforme che abbiamo condiviso fin dall’inizio» e alle Politiche «sosterremo il Partito della Nazione». Forza Italia perde così un altro pezzo da 90. Un doppio danno numerico: in termini di seggi al Senato e di soldi al partito. Vediamoli di seguito.

CHI ADERIRA’ AL NUOVO GRUPPO– Il craxiano doc Lucio Barani come capogruppo. L’ex Ccd, poi Forza Italia e Conservatori e Riformisti italiani, Eva Longo, come sua vice. E poi, ancora, il “lombardiano” Giuseppe Compagnone possibile tesoriere. Per non parlare di Vincenzo D’Anna, grande amico di Nicola Cosentino, che contattato da ilfattoquotidiano.it svela assetti organizzativi e pure il nome del nuovo gruppo: Alleanza Liberale Popolare e Autonomie. E assicura: “Abbiamo i numeri”. Sono questi i dettagli dell’operazione che Denis Verdini porterà definitivamente a termine la prossima settimana. Lunedì o martedì al massimo. Per aiutare il presidente del Consiglio Matteo Renzi nell’approvazione delle riforme, visto che a Palazzo Madama i numeri sono sempre più in bilico complici i mal di pancia della minoranza del Partito democratico. Lo strappo definitivo è arrivato dopo il colloquio con Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli di questo pomeriggio, nel corso del quale il senatore toscano ha annunciato al Cavaliere l’intenzione di lasciare Forza Italia.
Del nuovo gruppo, che, assicura D’Anna, sarà composto solo da ex appartenenti al Popolo della Libertà – “non ci saranno senatori ex Movimento 5 Stelle“, ci tiene a precisare il politico campano – faranno parte anche altri senatori visto che, come noto, per formare una componente a Palazzo Madama servono almeno 10 eletti. Ci sarà, ad esempio, Ciro Falanga, che dopo un breve passaggio nella corrente che fa capo a Raffaele Fitto ha deciso di passare con Verdini. Perché, spiega, “se le proposte del governo Renzi vanno nell’interesse del Paese bisogna votarle. Su alcuni questioni – aggiunge Falanga – Forza Italia ha assunto un atteggiamento sconcio: non condivido l’atteggiamento di Berlusconi e Salvini e per questo ho deciso di aderire a questo nuovo progetto». Non è una sorpresa, invece, che di Alleanza Liberale Popolare e Autonomie faccia parte Riccardo Mazzoni, considerato da sempre un verdiniano doc. E poi, ancora, aderiranno il senatore lombardo Riccardo Conti e quello siciliano Antonio Scavone, con un passato nella Democrazia Cristiana e nel Partito popolare italiano. Ma soprattutto nel Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo. Proprio quest’ultimo, raccontano i ben informati a ilfattoquotidiano.it, avrebbe cercato nelle ultime ore di fare in modo che sia Scavone sia Compagnone non passassero con i verdiani. Senza però riuscire ad ottenere un risultato positivo.
Poi ci sono gli indecisi. Ecco perché i prossimi giorni saranno roventi e il pressing di Verdini e dei suoi colonnelli per chiudere la partita si rivelerà febbrile. Del gruppo potrebbero dunque far parte anche Pietro

Langella, altro senatore vicinissimo a Nicola Cosentino, e Domenico Auricchio, che a luglio dello scorso anno è andato a rimpolpare la pattuglia di Forza Italia a Palazzo Madama subentrando ad Alessandra Mussolini, eletta al Parlamento europeo. In bilico pure Riccardo Villari. Chi invece avrebbe già risposto picche è Michelino Davico, eletto nel 2013 nelle liste della Lega Nord e poi transitato nell’Italia dei valori e nel gruppo Grandi Autonomie e Libertà. Un altro “no” sarebbe arrivato anche da Giuseppe Ruvolo, senatore vicino a Fitto. Se ne saprà di più nei prossimi giorni. E c’è già chi azzarda la possibilità che anche alla Camera, magari dopo l’estate, i verdiniani possano formare un loro gruppo autonomo. Anche se al momento il numero dei potenziali verdiniani pare decidamente esiguo.

LE PROSPETTIVE – Se l’Italicum resterà com’è, dunque, il Pd dovrà “ospitare” i verdiniani nelle sue liste, diversamente i fuoriusciti da Fi creeranno una loro lista (che poi è la specialità di Verdini). I segnali positivi da parte del premier non mancano: «Se Verdini appoggiasse le riforme dimostrerebbe di essere più coerente di Berlusconi e Brunetta», ha tagliato corto Roberto Giachetti, deputato Pd vicinissimo al premier. Ma per un democratico che apprezza, tutta tutta la sinistra Pd va all’attacco: «Le riforme si fanno senza le stampelle di Verdini, Bondi e gli amici di Cosentino», accusa il bersaniano Miguel Gotor. Se molti si «indignano», Gianni Cuperlo se la cava con una battuta: «Verdini nel Pd sarebbe come Varoufakis vice della Merkel; prima che improbabile, altamente irrazionale».

IL DANNO ECONOMICO – Dal punto di vista economico, invece, gli abbandoni annunciati rischiano di diventare un problema non di poco conto. Il capogruppo di Fi al Senato, Paolo Romani, ha già chiesto i conti aggiornati: ogni senatore “vale” 59 mila euro all’anno sotto forma di contributo annuale e di conseguenza la “scissione” a Palazzo Madama creerà un buco nelle casse del gruppo azzurro non irrilevante. È vero che buona parte dei “transfughi” erano già iscritti al gruppo Gal, ma, complessivamente, Verdini potrà mettere a bilancio oltre seicentomila euro.

Poco più di un mese fa un altro “buco” nelle casse del gruppo era stato causato dall’addio di dieci senatori eletti col Pdl, poi transitati per Fi, che avevano seguito Raffaele Fitto dentro Conservatori e riformisti. Non è soltanto la cifra a preoccupare: i contributi ai gruppi parlamentari sono diventati – dopo l’ultima riforma – una delle voci più consistenti per il finanziamento ai partiti e, come è noto, gli azzurri – nonostante la cura di Maria Rosaria Rossi – continuano a non passarsela benissimo. «I numeri per il gruppo ce li ho», ha garantito Verdini al Cavaliere nel pranzo di “addio” a Palazzo Grazioli, e ancora ieri i fedelissimi erano pronti a mettere «la mano sul fuoco».
Non nascerà un gruppo alla Camera dove i numeri sono più bassi: Massimo Parisi, Monica Faenzi e l’esperto di numeri Ignazio Abrignani se ne andranno, altri – come Gregorio Fontana – no. Ancora non sanno se si iscriveranno al Misto: il mancato “introito” per il gruppo di Renato Brunetta è stimato in circa 150 mila euro.
Dunque Berlusconi è sempre più isolato e Forza Italia un partitino sempre più esiguo. Ma il Cavaliere annuncia una nuova battaglia televisiva da settembre. Peccato però che oggi il media di persuasione principale sia internet. Qualcuno lo avvisi: le sue armi sono obsolete e rimaste indietro di qualche anno.

3 Risposte a “Forza Italia, addio di Verdini non è solo danno politico: quanto costa a Berlusconi”

  1. Anche questa mi sembra una ennesina rimasturbazione della classe politica nostrana.Ma di nuovo (intendo persone con idee nuove e soprrattutto volontà di fare concretamente cose utili) non ne vedo nemmeno l' ombra.E' sempre la stessa brodaglia.Poi mi rendo conto che non può essere che così, perchè quando questi ominidi vestiti con nuove sigle vanno al potere non sono loro a comandare, ma le concreghe finanziarie e bancarie che detteranno i percorsi da fare e quasi sempre a danno della comunità.Capisco perchè ci sono sempre meno elettori che vanno a votare e non li biasimo.

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