LA CASORIA CIVILE E POLITICA SI OPPONE ALLA NASCITA DI UNA CENTRALE A BIOMASSE

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I cittadini di Casoria, Comune a Nord di Napoli, soprattutto i residenti della frazione di Arpino, sono molto preoccupati per la possibile nascita di una Centrale a Biomasse, stabilita da una Conferenza dei servizi tenutasi nel 2008 dalla Regione Campania con l’avallo degli allora dirigenti all’ambiente e all’urbanistica di Casoria. Il permesso di costruire l’impianto è stato concesso alla società ARIN (Azienda risorse idriche di Napoli) in zona Arpino (di qui la principale preoccupazione di chi ivi abita) nei pressi della centrale “Lufrano”. 
I rischi per la salute dei cittadini sono stati ben spiegati dal Professor Stefano Montanari – ricercatore e studioso di nano patologie che risiede a Modena dove è direttore scientifico dell’azienda modenese “Nanodiagnostics” (di proprietà della moglie Antonietta Gatti) – intervenendo ad un convegno organizzato dalla Codacons, tenutosi lo scorso 30 settembre presso l’Hotel Futura sito in via Nazionale delle Puglie (dunque vicino alla zona destinata alla costruzione della centrale), in cui ha partecipato anche il Vice Presidente del Codacons Enrico Marchetti.
Intrattenendo la platea molto interessata per oltre 2 ore e mezza, ha affermato che con le attuali tecnologie non è possibile trattenere attraverso filtri le “nano polveri” Pm 0,2. A ciò bisogna aggiungere il fatto che le particelle non sono né biodegradabili, né biocompatibili, dunque eterne, e in grado di percorrere fino a 10.000 km.
Montanari ha inoltre spiegato nel dettaglio che per ogni tonnellata di rifiuti bruciata si produce una maggior quantità di rifiuti invisibili ad occhio umano, ma ancora più pericolosi; e tali polveri possono depositarsi, e quindi contaminare, falde acquifere, atmosfera e terreni, rovinando altresì l’intera catena alimentare. A sostegno del suo discorso, sono partite immagini di neonati o animali malformati o deceduti, nati o vissuti nei pressi di inceneritori o appunto centrali a biomasse.
Il Professore si è soffermato ovviamente anche su Casoria, dove come detto, l’ARIN (Azienda Risorse Idriche Napoli) vorrebbe giungere alla costruzione di una centrale elettrica alimentata a biomasse; il progetto prevede una bella ciminiera da 8,7 Megawatt di sostanze cancerogene che affaccia a soli 6 metri dalla casa più vicina, in una zona come quella di Arpino già pesantemente provata dall’inquinamento acustico (a 500 metri si trova l’aeroporto di Capodichino) e quello elettromagnetico (traliccio dell’ ENEL). Una zona soggetta alla congestione del traffico poiché cerniera di tutti gli assi autostradali della provincia di Napoli (e perché nelle circostanze si trovano diversi centri commerciali) e dove vi passano anche cinque linee ferroviarie. Per non parlare dei problemi derivanti dalla nettezza urbana.
Montanari ha spiegato che, per quanto concerne Casoria, la differenza a livello di inquinamento tra un inceneritore ed impianti a biomasse sono praticamente uguali, e che gli organi di stampa ed istituzionali mentono al popolo quando si parla di “combustibili biologici”. Ha citato l’esempio dell’olio di palma, la cui origine biologica è solo un mito creato ad arte, da scienziati che vogliono avallare scempi spacciandoli per ottimali soluzioni ad “impatto zero”. 
A livello energetico inoltre per produrre gli 8,7 MW di energia che l’ARIN ha dichiarato come portata della centrale a biomasse, si richiedono circa 18-20 MW termici; ecco perché in uscita le particelle emesse sono ancora più dannose. 
 

Per vie legali l’ARIN ha tutti i mezzi per poter vincere: il lotto di terra di sua proprietà, i pareri positivi da parte della Regione (almeno quando era amministrata dal centro-sinistra), la legge del 2003 secondo cui al di sotto dei 50 megawatt si può costruire un abominio come quello. Come non bastasse, anche il piano regolatore dà loro ragione essendo quell’area sulla carta una “zona industriale”, mentre in realtà è densamente abitata: ben 35.000 residenti.
In aiuto dell’ARIN arriva anche la Corte europea, che nel rapporto n.2 del 2007 ha dichiarato che non esistono assolutamente limiti di sicurezza. E ti pareva che l’Ue non andava contro l’interesse dei cittadini.

Gli stessi casoriani non sarebbero mai venuti a conoscenza di questa nefandezza se non fosse stato per il consigliere comunale socialista Mariano Marino, il quale lesse solo grazie un popolare “social network” che la società ARIN aveva annunciato “la realizzazione di un impianto a biomasse da compiere nel comprensorio di Lufrano, dove alimenterà le centrali di sollevamento. Obiettivo: l’autoproduzione e la messa in sicurezza degli impianti elettrici dell’acquedotto da possibili black-out”.
E’ stata così chiesta una seduta consiliare, che si è svolta lo scorso 9 settembre e a cui ha partecipato anche un gruppo di cittadini membri del Comitato anti-centrale. Il consiglio comunale ha votato all’unanimità la revoca dell’autorizzazione e il Sindaco si è impegnato di chiedere alla Regione la definitiva sospensione dei lavori.
La centrale, per i consiglieri comunali e i cittadini che si oppongono alla realizzazione, verrebbe costruita innanzitutto in violazione al regio decreto del 1936 secondo cui è vietata la installazione di centrali per la produzione di energia elettrica nei centri densamente abitati. 
Inoltre, nell’autorizzazione rilasciata all’ARIN non si farebbe alcuna menzione che a poche centinaia di metri, nel Comune di Casalnuovo, esiste già un’altra centrale per la quale il Tar Campania è intervenuto convalidando l’ordinanza sindacale di sospensione dell’attività per motivi di tutela della salute dei cittadini. Ancora – spiegano alcuni esponenti del comitato contro la centrale a biomasse che ieri numerosissimi hanno inscenato una manifestazione pacifica in consiglio comunale – manca il parere sanitario relativo all’area, senza contare che non si è tenuto conto nemmeno dell’impatto ambientale per le pericolose emissioni in atmosfera delle particelle derivate da fenomeni di combustione.
Già nel 2007 in ambito campano, il Presidente del consorzio ambiente Vincenzo Pepe subì minacce per aver chiesto le analisi delle diossine, ed affermò all’Espresso che l’Arpac (L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania) funziona malissimo e che le misurazioni a cui si attiene a livello scientifico sono totalmente inutili.
Si attendono comunque risposte anche dal Comune di Napoli, poiché la centrale finirebbe per interessare anch’esso, trovandosi nei pressi di via Nuova Poggioreale; ma anche dalla Provincia di Napoli, oltre che ovviamente della Regione Campania.

Ecco il video diviso in tre parti del suddetto consiglio comunale del 9 settembre:

Animazione Flash

Animazione Flash

Animazione Flash

Ma al di là del parere pur illustre del Professor Montanari, è giusto ricercare altri pareri in campo scientifico sulle centrali a biomasse. Da una ricerca su internet, si scopre che tali centrali, almeno sulla carta, dovrebbero essere “pulite” poiché ivi sono lavorati materiali quali legname da ardere, residui agricoli e forestali, scarti dell’industria agroalimentare, reflui degli allevamenti, alcune specie di rifiuti urbani, e specie vegetali coltivate per lo scopo.
Si tratterebbe dunque di energia pulita a tutti gli effetti. La combustione delle biomasse libera nell’ambiente la quantità di carbonio assimilata dalle piante durante la loro crescita e una quantità di zolfo e di ossidi di azoto nettamente inferiore a quella rilasciata dai combustibili fossili.
La Finlandia rappresenta l’esempio più calzante per descrivere l’importanza delle biomasse e le possibilità di utilizzo. Gran parte degli scarti della lavorazione della carta e del legno dell’industria finlandese sono trasferiti alle centrali termiche per produrre energia. Si evita così di stoccare gli scarti in discariche o pagare per il loro incenerimento.

Non contento delle pur autorevoli dichiarazioni del Prof. Montanari e delle notizie reperite da internet, ho altresì interpellato il responsabile del settore scientifico di Legambiente Campania Onlus, il dottor Giancarlo Chiavazzo. Ho chiesto cosa pensasse della Centrale a Biomasse, e quali fossero i presupposti affinché essa sia realmente funzionale e non inquinante. Ecco la sua risposta.
«In linea di principio l’utilizzo delle biomasse è un approccio sostenibile in quanto si prevede di utilizzare per la combustione materiali organici prodotti naturalmente ad una velocità inferiore o al max uguale a quella con cui gli stessi sono prodotti.
Però, a fronte del principio ci sono parecchi “distinguo” da fare:
1) è sostenibile se si utilizzano biomasse (ovviamente con adeguato potere calorifico) provenienti dal territorio limitrofo all’impianto (e non come ad es. si é confutato ad alcuni interventi analoghi proposti in Regione che per alimentare prevedevano l’uso di legni provenienti dall’estero);
2) il rendimento energetico è adeguato se si prevede di utilizzare direttamente il calore prodotto (ad es. teleriscaldamento per abitazioni civili come è frequente in Trentino, dove ci sono buone disponibilità di legni); diversamente è molto più contenuto il rendimento se si produce solo energia elettrica, avendosi rilasci di calore inutilizzati;
3) la dimensione della centrale (potenza in MW) deve trovare un giusto equilibrio in funzione delle economie di scala derivanti dalle maggiori dimensioni e l’utilizzo di biomasse prodotte in prossimità dell’impianto implicante minori dimensioni;
4) ….
5) …..
Inoltre bisogna tenere in conto che potrebbe tra le altre essere oggetto di una VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) e che in ogni caso si avrà la possibilità di partecipare al relativo procedimento amministrativo (ex L. 241/90 e s.m.i.), quindi di concorrere alla formazione delle scelte connesse. In tal senso e nelle opportune modalità e termini potranno anche essere richieste prescrizioni e “distinguo”. »
Mi sembra proprio che i “distinguo” elencati dal dottor Chiavazzo non appartengano di certo alla Centrale che si vorrebbe costruire a Casoria.

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