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L’ILVA DI TARANTO MIETE 81 MORTI L’ANNO, A BRINDISI INVECE SCONGIURATA LA NASCITA DI UN RIGASSIFICATORE

E’ IL TRISTE RISULTATO DI UNO STUDIO VOLUTO DAL GIP
Che causi ricoveri, malattie e mortalità lo si sa da anni, sebbene nulla di concreto sia mai stato fatto. Quando però le conferme arrivano da studi scientifici dettagliati, fa sempre tutt’altro effetto. Perché a certe cifre e a una realtà così drammatica, non si è mai preparati. Parlo dell’Ilva di Taranto e dello studio voluto dal gip Patrizia Todisco nella perizia epidemiologica al fine di comprendere lo stato di salute dei tarantini in relazione agli inquinanti emessi dallo stabilimento siderurgico.
Nelle 282 pagine che compongono il documento depositato, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, hanno risposto ai tre quesiti posti dal giudice. Su richiesta del pool di inquirenti, il gip ha infatti chiesto ai tre esperti di individuare le patologie derivanti dall’esposizione agli inquinati emessi dallo stabilimento industriale, il numero dei morti e degli ammalati attribuibili all’inquinamento prodotto dagli impianti di proprietà del gruppo Riva. Il risultato è sconvolgente.

I RISULTATI DELLA PERIZIA – A Taranto, secondo i periti, tra il 2004 e il 2010 vi sarebbero stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo, geograficamente più vicini alla fabbrica. “L’analisi per i quartieri Borgo e Tamburi – scrivono i periti – mostra che, nonostante la ridotta numerosità, una forte associazione tra inquinamento dell’aria ed eventi sanitari è osservabile e documentabile solo per questa popolazione”.
Ironia della sorte però, il record per i decessi e ricoveri per malattie croniche spetta al quartiere Paolo VI, il rione costruito proprio per ospitare, dopo la nascita del polo siderurgico negli anni ’60, i nuovi cittadini di Taranto: coloro cioè che dalle campagne della provincia si trasferirono in città per diventare operai. A Paolo VI, infatti, vi è una percentuale maggiore rispetto alla media complessiva della città e i decessi dovuti a malattie dell’apparato respiratorio sono addirittura superiori del 64%. Ma non è solo la lunga esposizione a creare danni secondo i periti. Nei bambini e negli adolescenti fino a 14 anni, i periti hanno infatti accertato “un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie” e un’elevata presenza di tumori in età pediatrica.
IL DANNO PEGGIORE E’ PATITO DAGLI EX OPERAI – La situazione peggiore è quella che riguarda gli ex operai dello stabilimento siderurgico. L’analisi “dei lavoratori che hanno prestato servizio presso l’impianto siderurgico negli anni ’70-’90 – allora Italsider acquisita Gruppo Riva nel 1995 e denominata Ilva, ndr – con la qualifica di operaio ha mostrato un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell’encefalo (+111%). Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica è confermato dall’analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie”.
La maxi perizia sarà esaminata in aula dalle parti il prossimo 30 marzo e poi il gip Todisco trasmetterà gli atti alla procura che dovrà decidere se chiedere il sequestro degli impianti e come proseguire le indagini sulle emissioni.
BUONE NOTIZIE INVECE A BRINDISI– Occorre comunque dare anche un’altra notizia, di matrice opposta. La British gas rinuncia al rigassificatore da 800milioni di euro che avrebbe voluto far sorgere nell’area di Capo Bianco a Brindisi. A dare la comunicazione, dalle colonne del Sole 24Ore, direttamente l’amministratore delegato per l’Italia, Luca Manzella. La società energetica inglese se ne va, dice, per la troppa burocrazia. “Non si può pensare che una grande multinazionale blocchi un progetto per oltre undici anni. A tutto c’è un limite”. Dunque, si apre la procedura di mobilità per i venti dipendenti pugliesi, perché “la casa madre, delusa e scoraggiata dal prolungarsi all’infinito del braccio di ferro con le autorità italiane e nonostante i 250milioni di euro già spesi, ha deciso di riconsiderare dalle fondamenta la fattibilità dell’investimento”.
In realtà dietro questa rinuncia c’è anche una vicenda giudiziaria. E te pareva. Ovvero un’inchiesta per un giro di tangenti, il sequestro del cantiere, una procedura di infrazione aperta a carico dello Stato italiano da parte dell’Unione Europea. Di più. Quel che viene sottaciuto è che si è ad un passo dall’ultima udienza del processo di primo grado che ha come imputati i dirigenti della British Gas e della società figlia, la Brindisi Lng.
Per il 16 marzo è attesa la sentenza, su cui pesa la richiesta, avanzata dal pm Giuseppe De Nozza, di confisca dell’intera area di Capobianco, una colmata presumibilmente fuori legge su un’area demaniale. La British gas scappa prima del tempo…

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