Elezioni Mid-term: Trump regge, la politica in difesa degli Usa paga

Alle elezioni di Mid-term, che ricordiamo si svolgono a 2 anni dal voto presidenziale per rinnovare le camere e sono considerate un test per il Presidente in carica, Donald Trump non ha subito l’onda blu dei democratici. O meglio, l’ha subita in parte, visto che il Partito democratico ha conquistato la maggioranza alla Camera, mentre al Senato i Repubblicani riescono perfino ad ampliare la propria maggioranza.

Come ha ricordato lo stesso Trump a mezzo Twitter, quest’ultimo evento non accadeva da 105 anni. E così, sebbene lo spoglio sia ancora in corso e in alcuni Stati ci vorranno giorni e forse anche ballottaggi, il partito democratico avrebbe guadagnato 23 seggi in più dei repubblicani sui totali 435 in palio. Mentre al Senato, questi ultimi passano da 51 a 54 su un totale di 100.

Personalmente, trovo le elezioni di mid-term un eccesso di democrazia che non fa altro che danneggiare il paese. Infatti, dopo solo due anni si finisce quasi sempre per frenare l’operato di un presidente. Già, perché in genere la tradizione vuole che al primo mandato il presidente in carica – democratico e repubblicano che sia – finisca per perdere la maggioranza in una delle due camere. Poi, venga riconfermato alla tornata elettorale successiva, ma già con una camera in meno per poi perderle entrambe al mid-term.

Volendo soffermarsi al solo precedente Obama, anch’egli si è visto frenare le tante cose che aveva in mente. E il risultato è stato tante leggi annacquate e rivoluzioni mancate. Oltretutto, il presidente americano dura in carica solo 4 anni.

Ma torniamo a Trump. Vediamo cosa rischia e come ha vinto il partito democratico.

La battaglia nazionalista di Trump ha pagato

Partiamo col dire che la battaglia in difesa degli interessi degli americani – il proverbiale slogan “American the first” – ha pagato. In questi primi due anni, infatti, Trump ha puntato alla difesa del commercio americano, a suon di dazi contro i paesi asiatici. Dando contro a quei colossi che furbamente producono nei paesi a basso costo per poi vendere i prodotti al prezzo di mercato americano.

Trump ha dichiarato guerra anche ai vari trattati che, a suo dire, ledono gli interessi degli americani. Preferendo quelli unilaterali. Ha finito pure per inimicarsi il vicino Canada.

E in quanto a paesi confinanti, Trump ha dichiarato guerra anche al Messico e ai suoi immigrati, sebbene per ora del muro in difesa dei confini non vi sia traccia. Sempre in tema di immigrazione, ha fatto discutere il muslim ban (che ha risparmiato l’Arabia Saudita, paese amico degli Usa ma dal quale provengono diversi dei dirottatori dell’11 settembre).

Non solo guerra, però. L’Amministrazione Trump in politica estera ha anche fatto registrare grandi passi in avanti per quanto concerne la Pace. Si pensi al dialogo costante con la Russia di Putin (e non mancano accuse di ingerenze elettorali di quest’ultimo proprio in favore del Tycoon) o al disgelo tra Usa e Corea del Nord. Che ha portato anche ad un maggiore dialogo tra quest’ultima e la fratellastra Corea del Sud.

In Medioriente, invece, la politica di Trump è stata più incisiva del precedente Obama. Forse per rispondere anche alla lobby sionista che lo regge. Si pensi alla decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme (riconoscendola di fatto come capitale), il bombardamento della Siria (sebbene Obama abbia fatto di peggio) o i dazi contro l’Iran. Allontanando di nuovo i due paesi.

Intanto l’economia americana continua a crescere. La disoccupazione è stata quasi azzerata (2%) anche grazie alle politiche fiscali choc volute da Trump. Mentre il Pil viaggia verso il 4%.

Cambiamenti radicali anche in politica ambientale, dove Trump ha ritrattato gli accordi con gli altri Paesi e ha rivalutato perfino il carbone.

Infine, i rapporti tra Italia e Usa sono tornati quasi paritari, considerando la vicinanza di visione del Governo nostrano attuale e quello americano. Si pensi al fatto che riguardo alle sanzioni contro l’Iran, l’Italia sia stata risparmiata. Da diversi anni, sebbene ci fosse intesa, regnava invece la subalternità. Berlusconi avallò le nefandezze guerrafondaie di Bush, mentre i democratici italiani hanno idolatrato Obama. Tentando anche una buffa imitazione.

Cosa rischia Trump dopo Mid-term

Cosa rischia Trump dopo Mid-term? Tuttavia, la vittoria dei democratici alla Camera rappresenta un pericolo per Donald Trump. Il quale può comunque disinnescare diverse “bombe” che i democratici gli scaglieranno contro avendo la maggioranza al Senato. Il Comitato di Intelligence della Camera, che ha condotto le indagini sull’ingerenza russa nelle elezioni del 2016, sarà sotto il controllo dell’antagonista di Trump, Adam Schiff, che si è impegnato a guardare più in profondità gli affari finanziari del presidente.

Non ci vorrà molto prima che le dichiarazioni dei redditi del presidente, quel Santo Graal per alcuni antagonisti liberali del presidente, siano rivelate al pubblico. Il Sottosegretario agli Interni Ryan Zinke potrebbe essere il primo sotto i riflettori dopo le accuse di aver intrapreso azioni ufficiali a vantaggio dei suoi interessi commerciali.

Inoltre, molte riforme di Trump potrebbero restare lettera morta o venire pesantemente annacquate. Quindi, il Partito democratico potrebbe tentare la carta Impechement contro Trump, oltre che osteggiarlo per i prossimi due anni. E così preparare la prossima campagna elettorale su cui basare le primarie.

Mid-term: l’onda rosa del partito democratico tra ispaniche e ricche borghesi

alexandra ocasio-cortez

Più che un’onda blu, però, si può parlare di onda rosa. Come riporta Il fatto quotidiano, almeno 99 donne diventeranno deputate su 237 candidate, un numero che supera il record precedente di 84. Dalla 28enne di origine portoricana Alexandria Ocasio-Cortez che ha conquistato il seggio nel Bronx (nello Stato di New York, vicina a Bernie Sanders, si dichiara anche socialista) alle prime due musulmane elette. Nonché il primo governatore dichiaratamente omosessuale, Jared Polis, che governerà in Colorado. Immigrazione, minoranze religiose e comunità Lgbt e tantissime donne elette. Tra loro anche prima nativa americana, Sharice Davids, procuratrice lesbica vincente in Kansas.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Come riporta Il Giornale, le donne hanno votato più democratico che repubblicano. Ma se si restringe il campo ad alcuni gruppi specifici, i numeri variano. Se si considerano le elettrici bianche, quindi di nessuna minoranza presente negli Stati Uniti né della numerosa comunità ispanica e afro-americana, lo scarto è minimo: 50% ha votato democratico, 48% repubblicano.

Se si restringe ancora più il campo, cioè alle donne bianche, laureate e dei sobborghi ricchi, il voto è molto più orientato verso il Partito democratico: 60% contro 38%. Segno che Donald Trump non fa breccia in quello che potrebbe essere considerato un elettorato tendenzialmente repubblicano. Ma è anche segno di come la retorica dem progressista sfondi proprio nei quartieri chic e non nelle minoranze o negli emarginati. I quartieri ricchi delle grandi città americane preferiscono il voto progressista.

E le donne dell’élite di queste città sostengono il Partito democratico. Prova ne è il sondaggio realizzato dalla stessa testata americana a margine delle Midterm. Su questa parte di elettrici, ha pesato nella scelta, la nomina del controverso giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Il 53% delle donne intervistate si sono dichiarate contrarie alla sua nomina. Un segnale evidente che è lì che i dem hanno fatto “irruzione” strappando consensi ai repubblicani.

Trump ha dunque stravolto anche la collocazione sociale del voto americano. In questi due anni si è verificata una progressiva erosione del consenso repubblicano nei feudi storici dei quartieri benestanti per avere invece sempre maggiore peso nella cosiddetta America profonda. Che non è solo quella rurale, come spesso viene descritto. Ma è un’America fatta di grandi città industriali e post-industriali, periferie, Stati senza metropoli ma dalla popolazione rilevante. Trump ha puntato su di loro: e sembra abbia avuto successo. Ancora una volta.

Il partito democratico si caratterizza per due tendenze: sempre più borghese da un lato e sempre più rappresentato dalle minoranze etniche dall’altro.

In Florida i democratici però non fanno breccia

ron desantis

Come riporta La Stampa, Ron DeSantis ce l’ha fatta, il 40enne candidato repubblicano ha sconfitto in Florida il democratico Andrew Gillum, impedendogli di diventare il primo governatore afro-americano: una vittoria per il presidente americano, Donald Trump, che su di lui aveva puntato molto, soprattutto in vista delle elezioni del 2020 dove la Florida è uno dei principali “swing state”, quelli che fanno la differenza: tutti ancora ricordano quando, nel 2000, bisognò attendere un mese perché l’esito del voto in Florida certificasse la vittoria di George Bush jr alle presidenziali.

È stata una lotta non facile culminata nel testa-a-testa nelle urne: DeSantis è stato eletto con il 49,9% dei voti, appena un punto percentuale sopra il democratico. Del resto, la campagna elettorale per il `guerriero conservatore´, come lo definisce Trump, non era stata facile.

Mentre l’afro-americano democratico macinava consensi – con le sue posizioni progressiste a favore dell’innalzamento del minimo salariale a 15 dollari, dell’espansione di Medicaid e contro la Nra (la lobby delle armi) – il repubblicano, volto noto a livello nazionale per le sue frequenti apparizioni in tv su FoxNews, si è dovuto impegnare a dissipare le ombre gettate sulla sua campagna dal sostegno ricevuto da estremisti di destra, suprematisti bianchi e xenofobi.

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