I robot ci ruberanno il lavoro? In Italia è già realtà: ecco i vari esempi

Uomo Vs Macchina. Una guerra iniziata nell’ottocento, quando i primi macchinari sostituivano gli operai in quanto più veloci ed efficienti nella produzione. Facendo così sorgere i primi casi di disoccupazione causata dalla tecnologia, oltre che di luddismo. Fenomeno col quale si intende la distruzione dei macchinari da parte di quanti il lavoro per loro causa lo hanno perso. Lo stesso Karl Marx, nella sua opera più importante. Il Capitale, descriveva l’introduzione dei macchinari nella produzione come necessità per i capitalisti di aumentare il volume dei prodotti e risparmiare sulla forza lavoro.

Si dice spesso che i robot ci ruberanno il lavoro. In realtà, dipende dal tipo di lavoro. Per quelli faticosi, in fondo, libereranno gli esseri umani. Per altri invece rischia veramente di essere così. In quanto un robot non necessita di pause, non pretende ferie, non avanza richieste di aumenti. Certo, i robot stanno diventando sempre più in grado di evolvere la propria intelligenza, che non è più ferma a quella che gli è stata dotata in fase di creazione. E quindi, il film fantascientifico Terminator rischia seriamente un giorno di diventare realtà. O, comunque, se non si arriverà a quella guerra, quanto meno ci potremmo trovare di fronte a robot capaci di ragionare e dare via a scioperi e lotte di classe. Per un futuristico cybercomunismo.

In Italia, peraltro, i robot stanno già prendendo il posto degli esseri umani in alcune mansioni. Vediamo i vari esempi.

Lavori eseguiti da robot in Italia

robot receptionist

Ecco i lavori eseguiti dai robot in Italia, riportati da Wired:

Yape – Il fattorino

I robot promettono di rivoluzionare il trasporto urbano. O almeno, queste sono le ambizioni di Yape, acronimo di Your autonomous express, un drone da terra per il trasporto di oggetti sviluppato dall’azienda milanese e-Novia. Quindici chili per una velocità massima di 20 km/h, Yape si comanda tramite una app, si muove su ruote e non ha sembianze umane: è una scatola con uno sportello blindato che si apre solo quando, tramite il riconoscimento facciale, capisce di essere arrivato a destinazione. Dotato di motori elettrici che gli garantiscono fino a 80 km di autonomia, si orienta nel traffico tramite sensori e videocamere che gli permettono di aggiornare costantemente la sua mappa e rilevare in tempo reale incidenti, buche, cantieri e altri ostacoli.

Per il momento, ha iniziato a farsi conoscere a Cremona, dove a settembre ha iniziato i primi test su strada scortato dai vigili urbani, perché mancano ancora leggi chiare che ne regolino la circolazione.

Paolo Pepper – Il receptionist

Paolo Pepper, invece, è già stato assunto. Inizierà a lavorare entro la fine di marzo in un hotel sul Lago di Garda e sarà il primo robot-concierge in Italia. Alto 1,20 metri, si muove su ruote, raggiunge una velocità massima di 3 km/h e ha 12h di autonomia. Dotato di quattro microfoni, tre telecamere e venti motori per muovere braccia, testa e schiena, interagisce con gli umani tramite la sua voce – da buon impiegato del turismo parla diverse lingue – oltre che con un tablet che ha all’altezza del petto. Fa parte della famiglia dei robot Pepper creati dai maghi giapponesi della Softbank Robotics, ma è stata un’azienda di Treviso, la Promoservice, a creare il software che gli permetterà di lavorare come receptionist.

Nelle intenzioni degli sviluppatori, dovrà rispondere alle domande ripetitive che annoiano lo staff degli alberghi, come a che ora si fa colazione o dov’è il bagno. Paolo Pepper ha 12h di autonomia e l’aspetto dei robot dei cartoni animati. Sarà per questo che, come racconta il product manager di Promoservice Marco Vescovi, “tutti se ne innamorano”. Anche se altrove può essere anche licenziato.

Mario Kompai – Il badante

Un altro settore che i robot promettono di rivoluzionare è quello della sanità. Uno di loro è Mario Kompai, il robot-badante sviluppato da R2m solution – società fondata dal professore della Bocconi Riccardo Puglisi – in collaborazione con Cnr e l’Ospedale Casa del sollievo della sofferenza, il più grande ospedale del Sud. Proprio in questa struttura, dal settembre 2017, sono iniziati i primi test per Kompai, che in giapponese vuol dire compagno. Alto 1,45 metri per 45 kg, è un robot umanoide senza braccia né gambe. Si muove in modo autonomo grazie ai suoi sensori, interagisce tramite uno schermo ed è stato pensato per assistere i pazienti affetti da demenza senile. Costantemente connesso a internet, Kompai ha diverse funzionalità: invia mail, informa sulle ultime notizie o sulle previsioni meteo, è in grado di ricordare gli appuntamenti e gli orari delle medicine e consente di effettuare e ricevere telefonate. E’ dotato inoltre di un pulsante Sos da premere in caso di emergenza.

Hunova – Il fisioterapista

Lavora già da un anno alla Villa delle Terme di Firenze Hunova, il primo robot fisioterapista in grado di trattare persone in riabilitazione neurologica, ortopedica e geriatrica. Il robot è composto da una piattaforma su cui è installata una “sedia” mobile con di fronte un corrimano e un touch screen. Il suo funzionamento somiglia a quello di un videogioco: sullo schermo appaiono oggetti da spostare e il paziente, a seconda delle necessità, interagisce con il macchinario ed esegue uno dei 150 esercizi possibili. Hunova analizza gli scompensi, valuta i rischi e previene i pericoli creando percorsi riabilitativi personalizzati a seconda di chi lo utilizza. Sviluppato dalla Movendo technology, startup partecipata dall’Istituto italiano di tecnologia e dalla farmaceutica Sergio Dompé.

Gli psicologi

Teo, Ele, Huggable sono un esercito di robot-peluches dall’aspetto di delfini, elefanti ed eroi dei cartoni d’animazione progettati dall’i3Lab del Politecnico di Milano. “Robot sociali” già impiegati in diverse strutture, sono pensati per lavorare a fianco dei medici nella terapia di bambini affetti da disturbi dello spettro dell’autismo o con la sindrome di down. Sembrano giocattoli, ma sono dotati di microfoni, telecamere e sensori tramite cui reagiscono alle parole e ai comportamenti dei pazienti. Così, grazie a robot che se picchiati piangono e quando accarezzati si complimentano, i bambini migliorano a vista d’occhio.

Teo, Ele e Huggable non utilizzano il machine learning, non possono imparare da soli, ma immagazzinano informazioni e memorizzano le interazioni: in questo modo semplificano la vita dei medici che si alternano nella terapia. Le creature dell’i3Lab, poi, svolgono azioni ripetitive senza stancarsi, un aspetto spesso critico per chi tratta simili patologie. In più, non si annoiano e non si arrabbiano. In questo modo i terapisti delegano una parte di lavoro e possono concentrarsi sui miglioramenti dei pazienti.

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