Cosa c’è dietro la pace in Corea

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Corea, Paese ancora diviso in due da una Guerra fredda finita da un pezzo. Anche se sembra essere ritornata. A Nord c’è un regime comunista, aiutato dalla Cina e appoggiato dalla Russia. A Sud c’è un sistema democratico, capitalista, sostenuto dagli Usa. Il primo Paese viene dipinto in modo pittoresco, quasi si trattasse di Puffolandia. Con a capo un dittatore paffuto e bislacco: il giovane Kim Jong-un (ecco le tante bufale che si dicono su di lui). Il secondo è la Patria di tanti colossi di nostra conoscenza: Samsung, Lg, Daewoo, Hyundai, Kia (qui un elenco completo). Sviluppatisi cavalcando il capitalismo tipico americano.

Una cultura millenaria, uno stesso popolo, diviso dal 1953. Dopo una guerra lunga 3 anni, dove a metterci il naso furono le superpotenze, che non si facevano la guerra direttamente ma usavano altri fronti per dimostrare la propria forza. Come fecero successivamente anche in Vietnam, Indonesia e Cambogia. E nei giorni nostri in Siria e Ucraina.

Corsi e ricorsi storici dunque. Quello che avrà pensato Kim, che dopo aver lanciato vari missili per impressionare l’Occidente e far capire che la Corea del Nord non era una terra facile di conquista e dopo offese reciproche col Presidente Trump, ha forse capito che isolarsi dal Mondo non conviene. Dato che siamo nel 2018 e alla luce della brutta fine di tutte le dittature del ‘900.

Quella degli Jong-un va avanti da 65 anni, rinchiusi nel loro isolazionismo, come si trattasse di un mondo a parte. Ma da un ventennio, il rampantismo americano da un lato e la nuova era cinese dall’altra, più protesta agli interessi economici, piuttosto che a certe strategie politiche ormai obsolete (ovvero la Cina è meno disposta a coprire i capricci di Kim), non consentono più certi atteggiamenti.

Ormai anche Cuba si sta lentamente aprendo al mondo, dunque perché non farlo anche noi?” Avrà pensato Kim Jong-un.

La riappacificazione delle due Coree è anche una vittoria di Donald Trump. Che è riuscito laddove neanche il Premio Nobel (alle intenzioni) Barack Obama ce l’ha fatta. Ma la riappacificazione delle due Coree cela anche altro.

Corea, una storia ancora tutta da scrivere

corea incontro

 

A mettere in risalto i tanti dubbi sul futuro della Corea ci pensa Giulietto Chiesa sul suo blog su Il Fatto quotidiano. Il giornalista torinese è sempre arguto nelle sue osservazioni e nel trovare una spiegazione “altra” rispetto a quella divulgata dai media mainstream.

Anche Chiesa è convinto del fatto che Kim Jong-un ha tenuto presente la sorte di Gheddafi, quella di Saddam Hussein e quella che si stava preparando, in questi ultimi sette anni, per Bashar al-Assad. E ha deciso di dotarsi di armi di “dissuasione” efficaci. In altri termini: far capire a Washington che, in caso di attacco, la Corea del Sud e il Giappone (come minimo) avrebbero pagato un prezzo catastrofico. Lo sforzo è stato indubbiamente gigantesco, date le condizioni di isolamento e di debolezza economica dalla Repubblica Popolare di Corea.

A quanto pare c’è riuscito, anche se l’entità della sua risposta potenziale non è nota. O, per meglio dire, non è nota del tutto. Certo, quello che è noto, e visibile, in termini di risposta “convenzionale”, è temibile. Ma a quella si è aggiunto un potenziale “strategico” che Washington non aveva previsto e che si apprestava a distruggere. Questa è la spiegazione più semplice (il che non vuole dire l’unica possibile, o quella esaustiva) di ciò che è accaduto. Donald Trump e il Pentagono (che avevano già in mente non uno ma diversi piani per eliminare Kim) hanno fatto i conti con il rischio e hanno frenato. Ma è accaduto anche un fatto nuovo che, probabilmente, era stato del tutto al di fuori delle loro previsioni.

Usa spiazzati da incontro leader coreani

horacio villegas trump

Washington aveva messo in conto un certo livello di rischio. Il presidente di Seul non si è fidato di quel livello di rischio e ha deciso di prendere l’iniziativa in autonomia. Non è difficile seguire il corso dei suoi pensieri: se Washington attacca e sbaglia il bersaglio, o sottovaluta la capacità di reazione di Pyongyang, l’intera Corea del Sud sarà ridotta a un tizzone ardente. E il popolo coreano, nord e sud, sarà annientato.

Da qui le mosse, concordate in extremis da ambo le parti (essendo evidente che i due leader coreani stavano già pensando la stessa identica cosa, e cioè che sarebbero stati entrambi vittima di errori altrui): contatti diretti e pubblici prima e durante le Olimpiadi invernali, un’unica squadra olimpica, invio di emissari da una parte e dall’altra sotto le telecamere del mondo intero.

Lo scopo era evidente: dire all’opinione pubblica americana e giapponese che c’era la possibilità di un accordo e che la guerra non era inevitabile. E, (mentre a Washington erano costretti a stare fuori dallo spettacolo, di cui, per altro, non avevano pagato il biglietto), si è andati diritti all’incontro al vertice tra le due repubbliche coreane.

L’incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in dice ora che l’intesa di due piccoli Paesi ha potuto di più della imminente decisione dell’Impero. E ha fermato i motori dei razzi e degli aerei prima del momento fatale. Una lezione di vittoria — si potrebbe dire — in nome della sopravvivenza. L’idea di un vertice tra Kim e Trump è emersa da questa vittoria coreana congiunta. E non è ben chiaro nemmeno chi sia stato sconfitto: se Donald Trump o i falchi da cui è circondato, sia nella sua stessa amministrazione, sia nei servizi segreti che vogliono liquidarlo prima della fine del suo mandato.

Fatto sta che i toni del presidente americano sono improvvisamente cambiati e ora sembra che, dopo avere insultato il suo nemico, oggi sia disposto a stringergli la mano come se niente fosse stato. Stravagante (e, per questo, pericoloso), ma non stupido.

Si è così aperta una pausa, un attimo che potrebbe condurre a una riflessione più duratura. Che il vertice tra i due coreani sia andato bene non sembrano esserci dubbi. Stanno entrambi respirando, cosa che avrebbero cessato di fare in caso di attacco. Ma nessuno può dire che il pericolo sia cessato del tutto. Come andrà, dove e se si farà, il vertice Kim-Donald, è questione apertissima. E lo è non tanto per l’imprevedibilità dei due interlocutori-nemici (fino a prova contraria), ma perché non sono affatto chiare troppe cose: per esempio quali sono le condizioni che Trump è disposto a concedere a Kim perché si senta e sia al sicuro. E anche quelle che Kim può dare a Washington sul futuro dei suoi programmi di difesa, sia atomica che missilistica.

Cina e Russia prossime tappe

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