THIS MUST BE THE PLACE, L’ESTRO DI PAOLO SORRENTINO DIRIGE SEAN PENN

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QUINTO FILM DEL REGISTA NAPOLETANO, CHE CONFERMA TUTTE LE SUE CAPACITA’ DIETRO LA MACCHINA DA PRESA

In tempi di generale imbarazzo internazionale tanto del nostro Paese, quanto specificamente di una città costantemente (a torto o a ragione) vituperata come Napoli, il suo film arriva come manna dal cielo a consolarci. Per far capire al Mondo che dalle viscere della città partenopea, e della nostra calpesta e derisa Penisola, emerge ancora tanta creatività artistica. La stessa che è stata nostro motivo di vanto e orgoglio nei secoli.
Parlo del quinto film del regista napoletano Paolo Sorrentino: This must be the place. Nelle sale ormai da una settimana, prodotto dalla Medusa film. Il film è stato girato tra Italia, Francia e Irlanda, e vanta la straordinaria partecipazione di uno degli attori contemporanei più talentuosi di Hollywood: Sean Penn. <

br /> Di seguito trama e recensione del film.


TRAMA – Cheyenne è l’ex frontman di un amatissimo gruppo dark rock degli anni ’80, i Fellows, ormai cinquantenne e ritiratosi a lussuosissima vita privata in quel di Dublino, dove vive con la moglie Jane. Come tante ex rockstar non più giovani è fisicamente provato dagli eccessi vissuti in età giovanile, all’apice dei bei tempi andati. E come tante di loro patisce la sindrome di Peter pan, peggiorata anche dalla scarsa maturità accentuata dal non aver avuto figli. Ha dunque l’umana paura di invecchiare, esorcizzata utilizzando ancora quel look che lo ha distinto quando si esibiva sul palco. Come ogni star non più illuminata dai riflettori della notorietà è un po’ depressa, complice anche il rimorso per alcuni giovani fan suicidatisi, a suo dire, perché spinti dalla sua musica deprimente. Di tanto in tanto va a trovare la madre di una sua fan, l’infelice Mary, che vive ogni giorno guardando la finestra con il telefono tra le mani, in attesa del ritorno del figlio tredicenne scappato di casa da tre mesi. O quanto meno di una sua telefonata.
Un giorno quel tanto atteso squillo arriva. Ma non è suo figlio, come lei sperava. Bensì una telefonata dalla lontana America per Cheyenne lì presente. Suo padre, che non vede e col quale non parla da anni, sta morendo. Una notizia che stravolge la sua vita ormai priva di emozioni, ma stracolma di ansie e sensazioni negative. Parte così verso il suo capezzale, ma avendo paura dell’aereo, prende la nave che gli fa fare tardi, arrivando così giusto in tempo solo per il funerale. Il rimorso di non essere giunto prima e di non averlo visto ancora vivo, va ad aggiungersi così ai tanti altri.
Cheyenne però nota sul braccio del padre una sorta di codice e apprende che è stato tra gli ebrei deportati ad Auschwitz. Decide così di mettersi sulle tracce del suo aguzzino, non sapendo però se avrà il coraggio di farlo fuori una volta trovato. Nel dubbio, compra comunque una pistola dalla lunga canna. Incontrerà varie persone sul suo cammino e quel viaggio diventerà anche un modo per affrontare le sue paure interiori e per capire un po’ di più chi era quel genitore del quale era convinto non lo volesse bene.

RECENSIONE – Prendete la regia di Sorrentino, con le sue inquadrature spiazzanti e sorprendenti, le sequenze che si alternano ora in violento contrasto tra loro, ora in sinuosa armonia, e i personaggi caricaturati; aggiungeteci una fetta d’America (che in realtà è ambientata in Francia), l’armonia urbanistica Dublino, la drammaticità dell’Olocausto, e soprattutto, la consueta bravura che buca lo schermo di Sean Penn, e otterrete This must be the place.
Il regista napoletano, al suo quinto film, sbarca oltreoceano con tutta la sua bravura per proporre una storia che, pur se affronta un tema abbastanza abusato nel cinema – ovvero il viaggio verso il capezzale di un caro come metafora della vita (qualche esempio recente sono Una storia vera di David Lynch, o Stanno tutti bene di Kirk Jones, remake dell’omonimo film di Tornatore con Marcello Mastroianni) – viene raccontata col suo consueto modo anticonvenzionale, fuori dagli schemi. Per una sorta di “marchio di fabbrica” che ormai lo distingue e lo destinerà ad essere il regista italiano più apprezzato nell’immediato. Alcune sequenze sono una vera lezione di regia, come il crescendo dell’animazione del concerto di David Byrne che canta proprio This must be the place, a cui assiste rattristito (le inquadrature mobili che s’infilano nel pubblico e l’apparizione in penombra del protagonista sullo sfondo, col suo triste volto pallido alla Pierrot che si intravede con gradualità e che si isola dal resto, sono autentiche perle). O ancora, la successione di due scene in forte contrasto tra loro: quella della madre e del figlio che si abbracciano in piscina e quella dell’auto presa in prestito dalla rockstar che si incendia. Acqua e fuoco che si susseguono come gli stati d’animo contrastanti del protagonista.
Il finale pure beffa il protagonista. Se è vero che inizialmente sembra essere quasi scontato, finisce per sorprende nelle sue ultime scene. I personaggi si riappacificano tutti con loro stessi. O almeno, hanno ritrovato la forza per andare avanti.
E poi, come dicevo nel prologo, c’è lui, Sean Penn. Immenso come sempre. Interpreta con mimica corporea impeccabile lo stereotipo della rockstar in età avanzata: rimbambita e infantile nelle mura domestiche; dalle movenze buffe e imbranate che a molti rievocano quell’Ozzy Osbourne visto nella famosa serie Tv in onda su Mtv, che ha spiattellato la vita privata della sua famiglia: gli Osbourne. Chissà che Sorrentino non si sia proprio ispirato a lui per il suo personaggio. Il suo Cheyenne è un personaggio depresso, sofferto, ormai più simile a un malinconico Pierrot che a un gagliardo darkrocker.

I FILM PRECEDENTI– Nato a Napoli il 31 maggio 1971, Paolo Sorrentino è entrato nel mondo del cinema con il cortometraggio Un paradiso, co-diretto con Stefano Russo nel 1995. Di lì, tra varie collaborazioni, girò altri due corti: L’amore non ha confini (1998) e La notte lunga (2001), oltre che la scrittura di alcuni episodi de La squadra (2000).
Il primo lungometraggio arriva nel 2001, con L’uomo in più, in cui dirige Andrea Renzi nei panni di un ex-calciatore (personaggio ispirato a Di Bartolomei) e Toni Servillo in quelli di un ex cantante cocainomane (personaggio ispirato alle biografie di Franco Califano e Peppino Gagliardi). In questo film, come nei successivi, Sorrentino mette in mostra il suo talento nel presentare storie forti con personaggi caratterizzati. Seguiranno Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006) e Il divo (2008) sull’ultimo Governo Andreotti (interpretato dal sempre eccellente Toni Servillo) alla vigilia di Tangentopoli e del processo che lo vide indagato per Mafia. Un Film che gli ha permesso il salto di qualità a livello internazionale, ottenendo il premio della giuria al Festival di Cannes, oltre che numerosi riconoscimenti italiani ed internazionali, tra cui una nomination ai premi Oscar 2010 nella categoria “miglior trucco”. E sono sicuro che, anche per quest’ultimo This must be the place, non tarderanno ad arrivare.

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0 thoughts on “THIS MUST BE THE PLACE, L’ESTRO DI PAOLO SORRENTINO DIRIGE SEAN PENN

  1. utente anonimo il said:

    E' chiaro che il personaggio a cui si è ispirato in THIS MUST BE PLACE è Robert Smith dei CUREIl suo amico musicista è David Byrne dei Talking Heads che nel film interpreta se stesso e che ne ha curato la colonna sonoraIl personaggio cantante di L'UOMO IN PIU' invece quasi sicuramente è ispirato a Peppino Gagliardi più che a CalifanoAlcune precisazioni specialmente quelle di This must be place che credo siano essenziali per un sito come questocon affetto

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