Lo spauracchio dell’uscita di Trump da accordi su clima: perché non cambierà niente

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Tutti contro Donald Trump, ancora una volta. Questa volta a far dipingere il Tycoon statunitense come un mostro è la sua scelta di far uscire gli Stati Uniti dagli accordi sull’ambiente firmati a Parigi (COP 21). Il che ha profuso tra gli ambientalisti, i Paesi firmatari, i contestatori americani e parte del Partito repubblicano, un panico da fine del Mondo. Ovvero, secondo coloro, con l’uscita degli Usa dal COP 21 saremo presto vicini allo scatenarsi di cataclismi poiché aumenterà l’inquinamento a livello globale.

Ma è davvero così? Come ormai sono solito fare da anni, di fronte agli allarmismi (soprattutto quando provengono da radical chic e benpensanti), cerco di informarmi prima di accordarmi alla massa. E anche in questo caso, come riporterò di seguito, ho scoperto che l’uscita degli Usa dalla COP 21 voluta da Trump cambierà poco o niente. Ecco perché.

Cosa prevede l’accordo COP 21

cop21Innanzitutto, proviamo a capire cosa contiene l’accordo siglato a New York nel maggio dell’anno scorso, definito COP 21. Acronimo di Conference of Paris, mentre il 21 sta per ventunesima edizione, è vincolante e universale e coinvolge tutte le nazioni del Mondo. Come spiega Tuttogreen, occorre fare prima un passo indietro lungo cinque mesi. Ossia quando a Parigi i delegati di 195 paesi (anche i Paesi emergenti, generalmente ostici nei confronti di questi accordi) che hanno partecipato alla Conferenza mondiale sul clima, hanno firmato questo patto e si sono impegnati a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il Mondo. Potete leggerlo in originale qui.

Esso poggia su quattro punti, almeno sulla carta, molto importanti:

  1. Mantenere l’aumento di temperatura sotto i 2 gradi, possibilmente entro 1,5 gradi.
  2. Fermare gli aumenti delle emissioni di gas serra, fino a raggiungere livelli minimi nella seconda parte di questo secolo. Cosicché possano essere assorbiti naturalmente.
  3. Controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, mediante l’indizione di nuove Conferenze.
  4. Versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai paesi più poveri, cosicché possano sviluppare fonti di energia meno inquinanti.

Perché COP 21 è il solito bluff di facciata

Alcuni punti sono legalmente vincolanti, mentre altri dipendono dalla volontà del Paese di aderirvi o meno. Per capirci, l’obiettivo di ridurre le emissioni è vincolante ma la presentazione di un piano soggetto a revisione ogni 5 anni per spiegare come ridurle è legata alla volontà del Paese. Come per dire, non sei obbligato ma meglio se lo fai. E questo è già tutto dire. Altro punto che lascia perplessi, il fatto che non sono previste sanzioni ai Paesi che non raggiungono questi punti e alla fine, dipenderà dalla buona volontà e serietà delle Nazioni il raggiungimento o meno degli obiettivi nei tempi previsti.

Non sono mancati retroscena, come l’iniziale ostracismo dei Paesi in via di sviluppo, ma anche degli Stati Uniti, contrari a qualunque accordo legalmente vincolante che sarebbe poi dovuto essere approvato dal Congresso americano, che – come noto –  all’epoca era già a maggioranza repubblicana, e dunque non sarebbe mai stato approvato. Così, per ovviare a ciò, l’Europa e altri Stati hanno presentato una coalizione trasversale di 90 paesi per convincere Paesi storicamente titubanti come India, Cina e Arabia Saudita, ad accettare l’accordo. Gli USA sono stati messi spalle al muro con un piano “prendere o lasciare”.

In parole povere, COP 21 è una sorta di parola d’onore tra le principali potenze economiche mondiali. Senza vincoli legali né sanzioni.

Cosa cambierà con uscita di Trump da accordi di Parigi

trumpL’obiettivo di contenere di due gradi il riscaldamento globale potrà essere raggiunto anche senza il contributo americano? Le emissioni aumenteranno, le centrali a carbone – quelle che Donald Trump ha evocato durante la sua campagna elettorale – produrranno più elettricità e gli investimenti in rinnovabili caleranno a picco?

Interessante in ciò è un articolo su Il Foglio, dove si intervista Alberto Clò, professore di economia all’Università di Bologna e direttore della Rivista Energia. Per prima cosa dice:

“L’annuncio di Trump è arrivato ieri perché al G7 di Taormina il presidente americano è stato messo con le spalle al muro (…) Ora dovrà affrontare i muri interni: i singoli stati, i giudici e una parte di repubblicani. Ma non avrà problemi sul fronte esterno”.

Quando gli viene poi chiesto cosa cambierà dopo le parole di Trump, Clò si ferma prima a tracciare un quadro di cosa è cambiato da quando 196 stati hanno firmato l’accordo sul clima, a Parigi, nel 2015, cioè poco o nulla. In Europa l’unico stato ad aver adottato un piano concreto di transizione energetica per raggiungere gli obiettivi della COP22 è la Germania, investendo diversi miliardi di euro per aumentare la penetrazione della quota di rinnovabili nel sistema energetico. Nel frattempo però il governo tedesco non ha saputo ridurre la sua dipendenza dalle centrali a carbone, da cui dipende il 40 per cento della generazione elettrica del paese (e l’80 per cento delle emissioni di anidride carbonica).

Dunque, il problema è anche nel cuore dell’Europa, che oggi osteggia Trump con tanto fervore.

Se gli altri stati non hanno ancora fatto nulla per muoversi verso gli obiettivi di Parigi è perché la transizione energetica costa tanto e comporta un cambiamento di stile di vita che la società europea, e occidentale in generale, non è forse così disposta a compiere. Anche per la questione succitata che l’accordo non è neppure vincolante né prevede sanzioni, ma è applicato su base volontaria, come volontaristici sono i limiti alle emissioni fissati dai singoli paesi. Al di là degli accordi di Parigi, come l’Europa affronterà nei suoi confini il passaggio dalle fonti più inquinanti verso quelle più sostenibili non dipende dall’America. E viceversa.

“Mentre in Europa la transizione avviene su spinta politica, con finanziamenti che vanno a ricadere sui cittadini, in America sono le dinamiche di mercato a sostenere il contenimento delle emissioni. Con il gas che ha un prezzo nettamente inferiore del carbone, vista l’abbondanza di offerta, la sostituzione delle fonti avviene senza interventi politici e senza gravare su industrie e cittadini”.

Guardando al futuro, anche fuori dall’accordo di Parigi, secondo Clò:

“l’America ridurrà le sue emissioni nei prossimi anni, come già ha fatto in passato: negli ultimi dieci anni sono calate del 10 per cento, il tutto lasciando che la shale revolution facesse il suo corso”.

D’altra parte, già l’anno scorso, per la prima volta il carbone è stato la seconda fonte della generazione elettrica in America, perdendo il primato che conservava da anni e cedendo il posto al gas. Un processo inevitabile, che neppure le promesse elettorali di Trump ai minatori potranno fermare. Le stesse rinnovabili si sono ritagliate una nicchia economicamente solida, con investimenti di circa 45 miliardi di dollari negli ultimi anni: “Quegli investimenti non si fermeranno finché continuano ad essere redditizi, come ci aspettiamo che sia”, dice il professore.

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