Van Gogh e Leopardi: derisi da vivi, sfruttati da morti

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Cosa hanno in comune il pittore olandese Vincent Gogh e il marchigiano poeta Giacomo Leopardi? Il fatto che abbiano avuto lo stesso destino. Ho amato prima Leopardi, dai tempi delle scuole medie. Tanto che all’esame di terza portai la spiegazione della sua poesia che più preferisco: Il sabato del villaggio. Descrizione dolceamara di un borgo qualunque, nel quale ognuno si affanna nella propria vita il giorno prima della festiva domenica. Leopardi ci insegnava che la vera felicità stia nell’attesa di un lieto evento. Anziché nell’evento stesso.

Dunque, un modo per dire che la felicità in realtà non esiste, essendo solo nell’attesa di qualcosa che poi passerà. Leopardi aveva vissuto una infanzia e adolescenza difficile, sofferta. In un borgo chiuso e troppo piccolo per la sua brama di vivere. Infatti, da adulto si diede ai viaggi, sebbene avrà una idea negativa tanto di Roma quanto di Napoli. Un film che descrive bene Giacomo Leopardi è Il giovane favoloso, di Mario Martone. Col bravo Elio Germano nei suoi panni. Il film ci raffigura un Leopardi diverso da quello descrittoci nei libri di storia. Non pessimista e burbero o scostante, ma con tanta voglia di scoprire, vivere la vita.

Van Gogh invece ho iniziato ad amarlo da tardo ventenne, quando mi sono reso conto della sua arte istintiva, sofferta, senza filtri accademici. Non amava né si vedeva in alcun genere artistico. Neanche in quello degli impressionisti, dove poi è stato relegato da morto. Van Gogh amava dipingere la natura, non quella impetuosa e ammaliante. Bensì quella semplice, assopita, come è un sentiero o una campagna. Così come amava dipingere le persone semplici, delle classi sociali basse. I lavoratori umili, nei loro gesti quotidiani e genuini.

Vincent Van Gogh soffriva di una forma di schizzofrenia, dovuta forse ad una infanzia difficile, visto che i genitori lo trascuravano, ancora traumatizzati per la morte del primo figlio. Ma per altri dovuta ai colori che usava, visto che Van Gogh viveva in simbiosi con loro, in una casa disordinata e sporca. Van Gogh finì per suicidarsi, sebbene un bel film animato, Loving Vincent, getti le basi su un possibile omicidio.

Oltre a Loving Vincent, suggerisco anche un altro film: Brama di vivere, di Vincente Minnelli col grande Kirk Douglas nei panni di Van Gogh.

Van Gogh e Leopardi, un destino in comune

La camera di Vincent Van Goghad Arles

Oltre alla loro difficile vita, durante la quale sia Van Gogh che Leopardi furono scherniti e snobbati nella loro rispettiva arte, finita troppo presto per entrambe, c’è un altro aspetto che li accomuna. Il fatto che entrambi vengano oggi da morti utilizzati per un volgare merchandising. Sono diventati autori pop, malgrado la raffinatezza delle loro opere.

Magliette, tazze, cappelli, pergamene, tappetini per mouse, screensever, eventi a pagamento dove vengono esposti come tigri nello zoo. E quant’altro. Con Leopardi me ne accorsi durante un viaggio nelle Marche, agosto 2005. Ci recammo a Recanati, in visita a Casa Leopardi. Oggi diventata una fabbrica per fare soldi. Giusto visitare la sua personale biblioteca, le stanze. il colle dell’Infinito. Ma poi sono anche venduti tanti oggetti come quelli di cui sopra, in favore della Leopardi SPA. I discendenti del povero Giacomo che si stanno godendo i soldi di quelle opere che erano snobbate e derise quando lui era in vita.

Di Van Gogh me ne sto accorgendo in questi anni. Basta scrivere su eBay il suo nome per accorgersi del merchandising che vi ruota intorno. E pensare che era costretto a vendere un quadro per un piatto di lenticchie. O bruciare le sue opere nel camino per scaldarsi.

Se quello di essere incompresi da vivi e venerati da morti, sia il destino che unisca tanti artisti, nel caso di Leopardi e di Van Gogh c’è stata una estremizzazione. Erano personaggi anticonvenzionali, anti-sistemici, rivoluzionari, futuristici. Ma ora sono diventati un faccione, un quadro, una poesia sopra una T-shirt. Sono finiti, loro malgrado, anche essi nel tritacarne del consumismo.

Un po’ quanto accaduto a Che Guevara, guerrigliero finito sulle t-shirt pure dei pacifisti.

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