Veterinari, è allarme suicidi: le possibili cause

Il suicidio è un gesto estremo, culmine della disperazione umana. Di studi sul suicidio ce ne sono tanti, tra i primi quello del sociologo Emile Durkheim.

Il quale, in un libro pubblicato nel 1897 dal titolo Il suicidio. Studio di sociologia, suddivide il suicidio in egoistico, quando si verifica a causa di una carenza di integrazione sociale. Altruistico, nel caso opposto, quando ci si immola per una causa o credenza collettiva. Anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico. Fatalista, è tipico di un eccesso di regolamentazione, di un eccesso di disciplina che chiude gli spazi del desiderio.

Emile Durkheim non aveva però previsto nel suo studio sul tema, il suicidio dei veterinari. Del resto, un secolo e passa fa, sebbene ci fossero già medici degli animali, forse non c’era lo stesso amore smodato per gli amici a quattro zampe che c’è oggi nella società occidentale.

Amore, a mio modo di vedere, collegato comunque alla piaga dei nostri tempi. Ossia, l’individualismo e l’egoismo. In quanto, gli esseri umani sembra stiano sempre più preferendo dedicare il proprio affetto e il proprio amore ad esseri che non possono dire cosa pensano di loro. Essendo privati della parola.

Amare un essere umano comporta sacrifici, rischi, complessità. Amare un animale, che si accontenta di cibo, acqua, bisogni fisiologici, e appunto, soprattutto non ci giudica o ci dice la sua, è molto meno complicato.

Ma torniamo al suicidio dei veterinari. Un curioso quanto drammatico fenomeno anch’esso figlio dei nostri tempi. Perché i veterinari si stanno ?

Perchè veterinari si suicidano

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Come riporta Il Corriere della sera, si tratta di una tendenza di cui si sono occupati di recente i media sia in Australia sia negli Stati Uniti, dove il Washington Post, che parla espressamente di problema in crescita, ha dedicato diversi servizi al tema. Ma quali sono i motivi che rendono questa categoria professionale più a rischio di altre? La risposta più banale, «hanno a disposizione i farmaci per farlo», ovvero quelli che servono per l’eutanasia degli animali), non spiega niente, perché anche i medici hanno questa possibilità e molte altre categorie possono usare pistole, lamette o trovare altri modi per porre fine alle proprie vite.

Ecco le varie possibili cause:

Motivo economico

Secondo il Washington Post, un ruolo importante avrebbe l’aspetto economico, le università americane sono molto costose e i laureati si trovano con debiti imponenti. Ma questo succede anche in altre professioni. I lavori di cura, di accudimento, provocano stress, è una cosa nota. Ma l’Ava, Australian Veterinary Association, nel suo sito scrive:

«Mentre altri operatori sanitari come medici, farmacisti, dentisti e infermieri hanno circa il doppio delle probabilità di commettere suicidio rispetto alla popolazione generale, nel caso dei veterinari si sale a quattro volte in più».

Per i veterinari australiani, invece, conta molto il cattivo trattamento e l’isolamento che subiscono negli allevamenti di animali da reddito. Simili dati arrivano da molte altre nazioni: la British Veterinary Association già nel 2008 segnalava questi problemi, successivamente e risultati simili sono stati evidenziati in Germania e Belgio.

Stress e riconoscimento sociale

Indagando tra le possibili cause, emergono stress, eccessiva fatica, scarsi compensi e poco riconoscimento sociale. Quest’ultimo aspetto inizia a dare qualche spiegazione più profonda. Scarsa attenzione viene data a quello che emotivamente è forse il problema principale: il rapporto con l’animale, con la malattia, la sofferenza e la morte dell’animale, e, nel caso dei pet, con il proprietario dell’animale.

Nell’ambulatorio veterinario le dinamiche emotive sono fortissime, si vivono emozioni, dolore, pianto, lutto, le recriminazioni dei padroni e i loro sentimenti. Sentimenti «selvaggi», perché non organizzati, non «gestiti» socialmente, privi di elaborazione collettiva. E tutto questo, che fino a poco tempo fa, non faceva parte della formazione ufficiale, ricade sul veterinario,anzi, sulla veterinaria, dato che nella maggior parte dei casi si parla di donne (la femminilizzazione di questa professione è stata rapida e impetuosa).

Il peso del dolore

Commenta Alessandro Schianchi, veterinario, psicologo, formatore per l’Anmvi, Associazione nazionale medici veterinari:

«Nessuno ha fornito loro le competenze di psicologia indispensabili per gestire le complicate e spesso conflittuali relazioni coi clienti».

Per questo, da pochi anni è stato creato il Gruppo Benessere Veterinario dell’Anmvi. Secondo Schianchi, in Italia i suicidi sarebbero poco frequenti, ma non esistono ricerche apposite, mentre è grave e diffuso lo stress, con il suo correlato, il burnout, un lento processo di logoramento o decadenza psicofisica, tipico delle professioni d’aiuto.

Scrive Schianchi nel suo recente libro Come sopravvivere al mestiere del veterinario ed… essere felice! Manuale di sopravvivenza per il medico veterinario moderno (editore Point Vétérinaire Italie, dicembre 2018):

«La medicina veterinaria rientra fra quelle professioni d’aiuto (mediche, socio-sanitarie, assistenziali, ecc.) che possono risentire di forme di disagio peculiari intrinseche nel loro esercizio. Che ti occupi di animali da allevamento o da compagnia, che lavori per l’industria, l’università o lo sanità pubblica, sei probabilmente il garante centrale del benessere animale e per riflesso di quello umano, sia organico che psicologico».

Competenze psicologiche

Un carico, una responsabilità, molto pesante, dunque, ma poco considerato e poco «gestito» socialmente, che può provocare un senso di solitudine e di incomprensione, depressione e ansia. Per i padroni di pet, questo può apparire strano, di solito loro amano molto i veterinari, forse anche troppo, aspettandosi anche i miracoli.

Scrive infatti ancora Schianchi, citando i problemi più comuni: «Lo stretto e continuo contatto dei medici veterinari con la sofferenza degli animali e, di riflesso, con quella dei relativi proprietari, così come la presenza quotidiana dei temi riguardanti la malattia, la morte e l’ulteriore carico emotivo dato dalle aspettative individuali e sociali – spesso idealizzate – che i cittadini nutrono nei confronti delle professioni sanitarie». Competenze psicologiche che solitamente, soprattutto in passato, non venivano considerate nel corso degli studi.

Suicidio veterinari in Italia

Un anno fa, Schianchi ha condotto, in Italia, per la seconda volta, un’indagine con un questionario, raccogliendo 991 risposte valide, da 304 maschi e 567 femmine. Ancora dal libro citato: «La maggior parte dei colleghi che hanno compilato il questionario esercita nel settore animali da compagnia, mentre la restante parte si occupa di animali da reddito o altro. Oltre il 65% dei soggetti lavorano in equipe e tra questi la maggior parte sono colleghe. L’età media dei veterinari è circa 44 anni con una esperienza lavorativa di 17».

Si è verificato che circa il 25% dei veterinari del campione si trova in condizioni di elevato esaurimento emotivo e depersonalizzazione, anche se a quasi tutti il proprio lavoro piace.

Al primo posto tra le cause di stress e disagio c’è: «interagire con il proprietario “difficile” in una relazione conflittuale», e al secondo e terzo, la relazione con i colleghi. Le relazioni, dunque, un tema cruciale, non strettamente medico, non sufficientemente preventivato all’università. Solo al settimo posto, con l’86,1% di citazioni, compare l’animale: «Avere un paziente in pericolo di vita o che non migliora nonostante un intervento terapeutico appropriato».

Continua Schianchi:

«Dal 79 al 70% dei veterinari si stressa nel percepire che la professione non ottiene un adeguato riconoscimento sociale (…) Ha difficoltà nel comunicare la morte al proprietario dell’animale (…)”. Poco più della metà del campione trova stressante (…) comunicare al proprietario dell’animale la prognosi infausta, praticare l’eutanasia umanitaria, gestire l’angoscia del proprietario nel momento di separarsi dal proprio animale per sottoporlo a procedure diagnostiche o terapeutiche invasive».

Questi aspetti profondi, il rapporto con il dolore, la morte, la gestione del lutto, siano fondamentali e ancora non sufficientemente elaborati, né individualmente né socialmente. La morte di un essere umano è sempre considerata importante, ci sono importanti rituali di lutto, funerali, condoglianze e molto altro. La morte di un animale non ha nulla, precipita il padrone nel dolore profondo, disperato, privo di supporti emotivi. E anche questo ricade sul veterinario.

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