A Dacca chiaro attacco al capitalismo italiano nel Terzo Mondo

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Il terrorismo continua a colpire, ormai quotidianamente. E questa volta ha colpito il nostro Paese, seppur non in casa propria ma all’estero. A Dacca, capitale del Bangladesh, il terrore jihadista (ma si esclude si tratti di Is) ha ucciso 9 italiani che si trovavano in un ristorante a pochi passi dall’ambasciata italiana. Le vittime potevano essere undici, ma a salvare Gian Galeazzo Boschetti è stata una telefonata. Di fatti, era uscito in giardino poco prima. Tale fortuna non ha assistito sua moglie Claudia Maria D’Antona. Altro italiano scampato è Jacopo Bioni, che lavorava in cucina e si è salvato scappando dal tetto. A morire sotto i colpi dei terroristi sono stati invece: Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Riboli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti. Quasi tutti imprenditori del settore tessile. Una di loro, Simona Monti, aspettava un bambino. Un chiaro blitz contro l’imprenditoria italiana, dunque, che è però costato la vita ad altre 11 persone, tra cui alcuni studenti.

Attentato a Dacca contro capitalismo italiano?

vittime italiane daccaCome leggere questo attacco? La correlazione tra la strage e il fatto che buona parte delle vittime fossero imprenditori dell’industria tessile è forse eccessivamente immediata e semplicistica. Ma non può essere snobbata. In Bangladesh sono molte le aziende, anche multinazionali, che si occupano del settore tessile. D’altronde, la manodopera è a bassissimo costo, in un Paese sottosviluppato, sovraffollato e con una disoccupazione giovanile spaventosa. E’ facile arruolare personale per pochi soldi, in condizioni lavorative pessime, senza diritti. La strage consumatasi proprio in Bangladesh nell’aprile 2013, dove persero la vita centinaia di operai e 2400 riportarono ferite gravi, ha smascherato come i grandi marchi abbiano opifici lì. Tanto per citare i più noti: lo svedese H&M, lo statunitense Gap, l’olandese C&A, il cinese Li and Fung, Primark, e ancora Wal Mart, Kik, ma anche le italiane Yes-Zee, Pellegrini e Benetton. Tragedie simili in Bangladesh non sono purtroppo una novità: secondo il Bangladesh Institute of Labour Studies, dal 1990 in 33 incidenti simili sono morte un totale di 630 persone. A fine 2012, sempre a Dacca, l’incendio della Tazreen Fashion aveva fatto 120 morti. Secondo il Wall Street Journal del 26 aprile 2013 le lavoratrici e i lavoratori vittime di incendi negli ultimi anni sono state ben 7000, decine per i crolli.

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La connivenza del governo locale

bangladeshLe responsabilità della classe dirigente bengalese vanno ben oltre le multinazionali: i proprietari delle fabbriche tessili sono spesso politici locali o nazionali, e sono ben attivi nel frenare ogni aumento delle misure di sicurezza. Almeno il 10% dei parlamentari possiede fabbriche. La loro posizione garantisce l’impunità per gli incidenti: nessuno è mai stato processato dopo una strage. Lo stesso Sohel Rana è un uomo politico locale.Le poche leggi esistenti non vengono comunque rispettate: le autorità municipali concedono permessi di costruzione anche senza la necessaria autorizzazione delle agenzie di controllo della sicurezza. Il Rana Plaza era notoriamente stato costruito su terreno instabile col solo permesso dell’autorità municipale.

Le ragioni della strage oltre il lutto

http://1.bp.blogspot.com/-MiJ2PVitwKM/VQMRleKsR9I/AAAAAAAAE34/TUV8CRkAtYQ/s1600/isis-tank.jpgCon questo post non voglio minimamente giustificare la strage di Dacca in cui hanno perso la vita nove miei connazionali. Ma, da sociologo, voglio avere il diritto e il dovere di analizzare un evento, anche una tragedia, in tutte le sue angolature. Una tragedia resta una tragedia, il terrorismo va condannato. Ma noi occidentali facciamoci un esame di coscienza e cerchiamo di capire dove e se abbiamo sbagliato per arrivare a tutto ciò. Quanto alla Globalizzazione, anziché spalmare in tutto il Mondo benessere e diritti come si sperava e ci si illudeva, ha finito solo per espandere sfruttamento e calpestamento di questi ultimi.

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