Se la crisi arriva anche in Cina: i numeri e le ragioni

Dopo la morte di Mao, la Cina ha archiviato il comunismo per abbracciare il capitalismo. Un capitalismo di Stato, per essere precisi. Ovvero, via all’industrializzazione selvaggia del paese organizzata sempre da un potere centralizzato. Rispetto per l’ambiente, diritti dei lavoratori, civili e sociali, sono stati messi da parte. Sacrificati sull’altare della crescita economica senza freni. Così come sacrificate sono state le zone rurali, in favore di una urbanizzazione senza limiti.

Dunque, se è vero che l’aria è irrespirabile, non c’è democrazia, la corruzione è alle stelle, è anche vero che il Paese è diventato la prima potenza economica mondiale. Superando gli Stati Uniti. Padroni indiscussi per quasi un ventennio dopo il crollo del muro di Berlino. I quali con Donald Trump hanno deciso però di dichiarargli guerra a colpi di dazi. Ponendo fine a quel collaborazionismo in chiave anti-sovietica durato tutta la Guerra fredda.

Ma la Cina in questi decenni ha pure messo da parte quell’isolazionismo che l’ha contraddistinta negli anni maoisti. Invadendo di fatto l’economia mondiale. L’Europa prima e l’Africa poi. Acquistando marchi importanti in vari settori, aprendo negozi che stanno costringendo alla chiusura quelli nostrani, facendo comparire ristoranti cinesi ormai diventati familiari e non più curiose alternative al cibo di casa nostra. Del post-colonialismo in Africa, mi sono invece occupato più approfonditamente qui.

Tuttavia, la crescita infelice della Cina (contrapposta alla decrescita felice dell’Occidente) sembra mostrare i primi segni di .

Cina, Pil in contrazione dopo quasi un trentennio

cina robot
Dalla Cina parte la Quarta rivoluzione industriale

Come riporta Il fatto quotidiano, secondo le stime ufficializzate martedì scorso dal premier Li Keqiang, durante l’Assemblea nazionale del popolo cinese, il pil dovrebbe crescere quest’anno tra il 6 e il 6,5%. Il che sarebbe già l’incremento più basso degli ultimi 28 anni, ultimo atto di un rallentamento iniziato nel 2011.

Sull’affidabilità delle statistiche ufficiali cinesi, tuttavia, nessuno è pronto a mettere la mano sul fuoco. In particolare il dato del pil potrebbe essere falsato da un deflatore (la cifra che serve per depurare la crescita economica dall’aumento dei prezzi) non aderente all’inflazione. “Al di là del dato preciso”, spiega ancora la professoressa Amighini, “la tendenza è quella di un rallentamento e Pechino ha sempre meno munizioni per combattere questo trend”.

Gli osservatori esterni sono peraltro abituati a guardare anche altri indicatori (consumi di elettricità, vendite, indici ecc) per delineare un quadro più veritiero della situazione. C’è così chi si spinge ad ipotizzare che l’incremento del prodotto possa fermarsi al 2%. Stima che pare un po’ troppo pessimistica sebbene i segnali siano tutti piuttosto preoccupante e i dati negativi si stiano moltiplicando. Non a caso il governo ha annunciato un maxi taglio delle tasse alle imprese da da 300 miliardi di dollari per tentare di spingere la crescita.

L’indice Caixin Pmi, messo a punto da una società privata per monitorare l’andamento delle imprese medio piccole che non rientrano nelle statistiche ufficiali, ha registrato un inizio 2019 con il freno a mano tirato. Quello di febbraio ha confermato la fase di contrazione dell’attività economica, attestandosi a quota 49,9. E quello dei servizi è a 51,1 punti, decisamente peggiore dei 53,5 attesi dal consensus. Grandi gruppi industriali come Ford e Volkswagen hanno rivisto in negativo le loro previsioni di vendita in Cina a seguito di un rallentamento degli ordini.

Cina, smartphone e auto in flessione

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Dopo una crescita ininterrotta che durava dal 1990 il mercato cinese delle quattro ruote è, dallo scorso giugno, in contrazione. Le vendite di smartphone sono scese nell’ultimo trimestre del 2018 del 9,7%, con Apple particolarmente colpita dal meno 20% del suo Iphone. La sbandierata guerra dei dazi con gli Usa – che si è combattuta più con le minacce che con colpi veri e propri e potrebbe concludersi a breve con un accordo – ha avuto sinora un impatto più psicologico che reale.

Sviluppi negativi avrebbero effetti più concreti ma non sono certo il cuore del problema. Contrariamente a quel che spesso si crede, il vero volano della crescita cinese di questi decenni sono stati non l’export ma gli investimenti.

“Per spingere la crescita si è utilizzato il credito facile in modo davvero esagerato e distorsivo e ora le aziende hanno livelli di indebitamento altissimi che devono in qualche modo essere ricondotti su soglie più accettabili”,

spiega ancora Amighini.

Il debito delle imprese si attesta ormai sopra il 150% del Pil cinese e cresce pressoché ininterrottamente da 10 anni. Il sistema è molto chiuso: banche di stato che finanziano aziende di stato. Per le aziende più piccole prosperano invece circuiti alternativi di finanziamento, il cosiddetto shadow banking. Termine che restituisce un’idea peggiore di quanto realmente non sia. Si tratta infatti di tutti quei soggetti finanziari che in virtù della loro natura giuridica e struttura, non sono sottoposti alle stesse regole delle banche ordinarie, da cui passano ormai quote importanti dei flussi di denaro del sistema finanziario, anche nei paesi occidentali.

Il salvataggio delle Banche

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Lo scorso gennaio la Banca centrale cinese ha condotto una sorta di salvataggio mascherato delle banche, spacciandolo come una semplice iniezione di liquidità. Prima ha messo a disposizione liquidità per 570 miliardi di yuan (circa 80 miliardi di euro), poi ha invitato le banche ad emettere obbligazioni perpetue, ossia senza scadenza. Questa a-temporalità permette a questi bond di entrare a far parte della parte più pregiata del capitale di una banca rafforzandone la solidità e consentendo quindi di aumentare il credito erogato. Questo accade naturalmente nel momento in cui i bond vengono effettivamente venduti sul mercato, cosa non scontata visto lo scetticismo con cui gli investitori guardano al sistema bancario cinese gravato da un’ingente mole di crediti deteriorati.

La Banca centrale cinese ha però deciso che i bond perpetui potranno essere scambiati con la sua moneta bancaria, facilmente utilizzabile come collaterali per ottenere altri prestiti.

Inoltre le banche potranno rivolgersi alla banca centrale cinese per ottenere linee di credito fornendo questi bond come garanzia. Non solo. Lo stesso giorno in cui è stata annunciata questa operazione, l’autorità cinese che vigila su banche ed assicurazioni ha specificato che le imprese assicurative potranno comprare i titoli perpetui emessi dalle banche. È l’ennesima dimostrazione di come operi un sistema chiuso, che può facilmente “aggiustare” la situazione nell’immediato ma con il rischio di rimandare la resa dei conti con problemi che nel frattempo si allargano e si ingigantiscono.

Cina, dalla politica del figlio unico ad una popolazione che sta invecchiando

cina esercito terra cotta

Pechino è alle prese con un ardito esercizio di equilibrismo finanziario. Sgonfiare le bolle finanziarie prodotte dall’eccesso di credito senza penalizzare troppo l’economia. Il tutto nel mezzo di una trasformazione socio demografica. La Cina è un paese che sta invecchiando rapidamente, oggi l’età mediana è di 38 anni, nel 2050 sarà salita a 48. Dalla politica del “figlio unico” si è così passati ai sussidi a chi fa figli. Da paese produttore è sempre più paese consumatore e quindi anche importatore.

Già nel 2012, nel “best seller” socio economico Perché le nazioni falliscono, gli economisti Daron Acemoglu e James Robinson avanzavano dubbi sul fatto che un sistema scarsamente inclusivo come quello cinese fosse davvero destinato a una crescita inarrestabile. “Sicuramente in termini assoluti le dimensioni dell’economia cinese supereranno gli Stati Uniti ma se si guarda alla qualità di questa crescita il discorso è diverso, in termini di Pil pro capite la distanza rimane ad esempio abissale”, ragiona la professoressa Amighini.

Per come è strutturato il sistema quella cinese non sembra essere ancora un’economia in grado di reggersi da sola e di fare a meno di stimoli che ne spingano la crescita”.

Insomma, la Cina deve fare i conti con un modello che non funziona più. Al quale deve apportare delle modifiche se vuole continuare a primeggiare. Certo, ce ne vuole per parlare di crisi economica. Ma la strada verso quella direzione è stata imboccata. In fondo, il trono delle superpotenze nel corso dei secoli ha visto continui avvicendamenti.

E se gli Usa sono stati spodestati dalla Cina, quest’ultima in futuro sarà a sua volta avvicendata da un altro Paese emergente. Che sia l’India?

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