Cinecittà compie 80 anni: il Fascismo regalò all’Italia la sua Hollywood

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Il 28 aprile 1937 nasceva Cinecittà, la Hollywood italiana. “La Cinematografia è l’arma più forte dello Stato”. Questo era il pensiero di Benito Mussolini fin dalla sua ascesa al potere nel 1922 come Duce del Fascismo. Diventando ben presto uno degli slogan fascisti principali e più significativi. Nonché frase che giganteggiava nella stessa Cinecittà. Non a caso, il regime impose la realizzazione di molti film di propaganda (il primo fu Il grido dell’aquila del 1923 di Mario Volpe, prodotto dalla fiorentina “Montalbano Film”). Mentre nel 1924 fu ideato l’Istituto Luce, di cui i vari Ministeri si servivano per la realizzazione di cinegiornali e documentari con finalità educative e propagandistiche. Negli anni ’30 il Cinema assunse importanza istituzionale: venne istituito il Sottosegretariato di Stato per la Stampa e la Propaganda, trasformato poi in Ministero per la Stampa e la Propaganda, nel 1935. Venne rinominato Ministero della Cultura Popolare nel 1937.

Negli anni ’30, con l’arrivo del sonoro, fu imposto che il doppiaggio alle opere cinematografiche straniere. Gettando le basi per quella che sarà la più grande scuola di doppiatori al Mondo. Ma Mussolini volle anche che in Italia si realizzasse un ampio luogo dove si girassero i principali film, in stile Hollywood, nato poco prima. Il taglio del nastro di Cinecittà avvenne il 28 aprile 1937 alla presenza di Benito Mussolini e dell’allora direttore dell’Istituto Luce, Giacomo Paolucci di Calboli. Ma la sua nascita la si deve soprattutto alla passione di Luigi Freddi, direttore generale della cinematografia fascista dal 1934. Ripercorriamo la gloriosa storia di Cinecittà. Oggi, come tante altre grandi opere realizzate all’epoca, un po’ abbandonata a se stessa.

Le origini di Cinecittà

cinecittà inaugurazione fotoCome riporta Ansa, quando Luigi Freddi cominciò a coltivare l’idea degli Studios nazionali il regime fascista aveva già messo a punto da tempo la macchina del consenso mediatico sfruttando al meglio la qualità tecnica di operatori e montatori nella propaganda di regime dei cinegiornali Luce. Forte di una tradizione collaudata nel campo del cinema narrativo (quella italiana era stata la prima e più fiorente industria audiovisiva mondiale fin dall’inizio del secolo), il fascismo non chiede a registi e sceneggiatori la stessa magniloquente celebrazione del regime che appartiene invece al cinema tedesco; Mussolini chiede al cinema di intrattenere, divertire, suscitare emozioni e semmai orgoglio nazionale.

Era in fondo il modello trasformato in potente macchina del consenso del cinema americano e un viaggio oltre oceano convinse Freddi che in questo modo l’impresa privata dei produttori italiani poteva beneficiare di un sostegno pubblico in grado di incanalare popolarità e modelli affini alla cultura fascista. Fu così che la società “Cinecittà” vide la luce due anni prima degli Studi sulla via Tuscolana, già nel 1935, per rivitalizzare gli stabilimenti della gloriosa Cines che al cinema aveva dato il primo film nazionale con Filoteo Albertini, il primo kolossal (“Quo Vadis?”, 1913), il primo film sonoro (“La canzone dell’amore”, 1930) e un’intensa produzione documentaristica in linea col fascismo e la collaborazione dei migliori registi dell’epoca.

Gli stabilimenti della Cines bruciarono però nel 1935 (probabilmente per un atto doloso) e la Direzione Generale per la Cinematografia di Freddi decise di intervenire impegnando capitali pubblici a fianco dei privati per una nuova e ben più moderna “cittadella del cinema” proprio di fronte all’appena nato Centro Sperimentale di Cinematografia. Fu una corsa contro il tempo ma tra la posa della prima pietra (il 30 gennaio 1936 sul progetto dell’architetto Gino Peressutti) e l’inaugurazione solenne passarono appena 15 mesi. Tre anni dopo Cinecittà era interamente pubblica e per il fascismo divenne la fucina dei talenti e una inimitabile scuola di arti e mestieri nell’arte più moderna del secolo.

Cinecittà dopo il Fascismo: arrivano anche i grandi Colossal americani

Le storie degli Studi riempiono interi volumi: dalla stagione dei “telefoni bianchi” che allena squadre formidabili di professionisti e tiene a battesimo anche i migliori talenti del futuro neorealismo (Rossellini e De Sica si formano qui) ai rastrellamenti nazisti che, nella Roma occupata, fanno dei teatri di posa dei veri campi di concentramento e poi l’ultimo gioiello da razziare prima della ritirata verso la Linea Gotica. La rinascita post bellica si deve certamente ai capitali americani immessi in Italia con l’apporto del Piano Marshall, ma anche alla rinomata eccellenza di carpentieri, scenografi, costumisti, tecnici che l’Italia è in grado di offrire ai “liberatori”: si realizza così, paradossalmente, il sogno di Luigi Freddi, fin dal “Principe delle volpi” con Orson Welles prodotto in Italia dalla 20th Century Fox nel 1948.

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