Conviene davvero tornare all’agricoltura? Libro smaschera mito

Data la crisi occupazionale post-industriale che stiamo vivendo, da qualche anno stiamo sentendo di continuo questo ritornello: meglio tornare all’agricoltura. A cui se ne affianca un altro più specifico: i giovani stanno sempre più riscoprendo l’agricoltura. Ma siamo sicuri? E dove sono nuovi terreni agricoli da coltivare se abbiamo cementificato l’inverosimile? Quanto pagano per ogni frutto o ortaggio raccolto? Siete sicuri che i giovani braccianti di cui parlate non siano fuggiti all’estero, preferendo fare altrove i lavapiatti o i camerieri, anziché restare nel nostro decadente Paese? Ma a parte questi legittimi interrogativi, un libro edito da Laterza smaschera questo famigerato ritorno all’agricoltura. Sottolineando altresì quali siano i veri mali di quest’attività.

Fare l’agricoltore non conviene

nella valle senza nomeNella valle senza nome. Storia tragicomica di un agricoltore. Questo è il titolo, emblematico del libro di Antonio Leotti. Il quale mette subito in guardia i lettori da eventuali slanci romantici: «Diffidate di chi vi esorta a ritornare ai mestieri della terra. A meno che non abbiate ingenti capitali, eredità da sperperare… E non credete a quello che dicono i media, non credete a questa storia che i giovani tornano in campagna. Ma dove sono? Io non ne ho visto neanche uno. E fanno bene a non venirci. Cosa ci verrebbero a fare? A confrontarsi con i fatturati, davvero degradanti, che l’agricoltura è in grado di esprimere? A farsi il fegato grosso con l’arroganza dei burocrati scelti accuratamente tra le schiere dei sadici patologici? Andate a trovare qualche agricoltore e per una volta, invece di soffermarvi sulla bellezza dei paesaggi, chiedete che vi mostrino i libri, la contabilità. Lì c’è la verità, tutto il resto è leggenda».

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I soggetti del libro

agricolturaLa Campagna è quella della Bassa Toscana, talmente bassa che un altro po’ e diventa Tuscia, per non dire Lazio. Il Partito così come la valle non ha nome perché l’autore nella Bassa Toscana ci vive e vorrebbe continuare a farlo senza subire rappresaglie ma io, che abito altrove e non dipendo dall’arbitrio delle amministrazioni comunali, posso dirlo: è l’eterno Partito un tempo francamente comunista e oggi nominalmente democratico, quindi democratico nel senso della vecchia Ddr (Deutsche Demokratische Republik) o di Aristotele, che considerava la democrazia una degenerazione della buona politica. Leggo il libro di Antonio Leotti e ringrazio Dio di abitare in città. Nella stessa provincia di Siena in cui vennero girati gli spot del Mulino Bianco, un millennio fa, la vita dei campi risulta avara di soddisfazioni, nient’affatto bucolica, quasi miserabile.

La retorica politica

fare agricoltore convieneIn questa tirata quasi céliniana consiste il cuore del libro che è un assalto all’arma bianca contro i panzer dell’ambientalismo, dello statalismo e ovviamente del Partito, terribile entità che da settant’anni, con sigle diverse ma senza soluzione di continuità, «di padre in figlio, da zio a nipote, da cugino a cugino, da amico ad amico», in provincia di Siena produce sindaci, assessori, funzionari, dirigenti davanti ai quali il comune cittadino, o il comune contadino, può soltanto genuflettersi. Amministratori che senza posa inventano «consorzi di qualità per la promozione del territorio», ciascuno dotato di statuti cervellotici e ovviamente appiattenti, anti-qualitativi, fitti come sono di leggi, norme, regole. E che poi corrono a Firenze alla festa del Partito per un dibattito sull’agricoltura, durante il quale una bella parlamentare (chi sarà mai? Niente nomi nel libro) ripeterà la parola territorio come un disco rotto, e Leotti, che si trova sul palco in veste di scrittore-agricoltore, la parola territorio, dirigista e retorica, non la sopporta più. La bella parlamentare poi si metterà a elogiare il mondo contadino del bel tempo andato e Leotti, che quel mondo lo ha conosciuto davvero, sbotta: «Io me le ricordo le case senza bagno e senza riscaldamento».

Darsi all’agricoltura non conviene

farmer-750x422Gli amministratori che applaudono le belle parlamentari sono gli stessi che se lui vuole restaurare una vecchia casa gli vietano, adducendo motivi paesaggistici, di spostare anche una sola tegola, mentre a pochi metri autorizzano la costruzione di una scuola che sembra un omaggio all’architettura rumena «epoca Ceausescu». E che gli impediscono di abbattere le vecchie querce malate che incombono sulla strada mettendo a rischio automobili e passanti. Salvo poi, dopo anni di riunioni e costosi dossier, intimargli di procedere al taglio entro sei giorni. Il settimo scatterebbe la «denuncia all’Autorità Giudiziaria ai sensi dell’art. 650 del Codice Penale». L’autore vuole ottemperare e, grazie a una squadra di boscaioli macedoni sta per farlo, ma all’ultimo momento spuntano gli ambientalisti che, animati da «un’ideologia paranoide», lo accusano di ogni nefandezza, e per procedere bisogna chiamare i carabinieri. Mai una gioia nella vita di Leotti che ha lasciato Roma dove lavorava come sceneggiatore (Radiofreccia, Il partigiano Johnny, Vallanzasca…) con l’idea di campare sulle terre di famiglia, per accorgersi, dopo tante fatiche e spese, di essere caduto dalla padella alla brace, dalla crisi del cinema a quella dell’agricoltura, dal conformismo (in parte condiviso) della sinistra dei salotti al totalitarismo (tutto subito) del Partito innominato e innominabile.

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