FALCONE E BORSELLINO, UCCISI 19 VOLTE

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Commemorata ieri la strage mafiosa di via D’Amelio, avvenuta alle 16.58 del 19 luglio 1992 mediante la deflagrazione di un ordigno, in cui persero la vita il giudice palermitano Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Ci sono stati due cortei che hanno attraversato le strade di Palermo: il primo partito alle 18 e a cui hanno aderito 12 associazioni nazionali e cittadine, partito da via D’Amelio con destinazione l’albero Falcone, altro simbolo dell’antimafia; il secondo partito invece alle 20 da Piazza Vittorio Veneto, per arrivare intorno alle 23 in via D’Amelio, costituito da una suggestiva fiaccolata silenziosa, a cui hanno partecipato il Presidente della Camera Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e il sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Domenica si è invece svolta la marcia del «Popolo delle Agende Rosse», il Movimento che fa capo a Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato, che prende il nome da quell’agenda rossa che costituiva il prezioso diario di Borsellino sparito dopo l’eccidio, perché conteneva nomi eccellenti e appunti su futuri personaggi da indagare. Da allora non si è più ritrovata.
La marcia è partita da via D’Amelio per raggiungere il castello Utveggio, luogo che, secondo una tesi investigativa, avrebbe ospitato la sede del Sisde e da cui sarebbe partito l’ordine di far esplodere l’autobomba usata nella strage

foto355_48857_0Peccato però che a queste giuste commemorazioni con tanto di marce cariche di buoni propositi, si siano anche affiancati eventi incresciosi, per non dire inquietanti. Partendo proprio dalla marcia di domenica, è giusto ricordare che i presenti erano meno di un centinaio, un numero irrisorio; ma tale dato numerico plasmato da un’omertà e da una scarsa voglia di cambiamento, quasi per nulla incentivata dallo Stato, è stato anticipato da un atto vandalico vergognoso: nella notte tra venerdì e sabato sono state abbattute due statue di gesso raffiguranti Falcone e Borsellino, installate poche ore prima, ovvero venerdì pomeriggio, a Palermo nella centrale via Libertà.
L’atto vandalico prima e la scarsa adesione alla marcia del «Popolo delle Agende Rosse» (il movimento in memoria di Borsellino più arduo e voglioso di verità) poi, lasciano trapelare, come già detto, una scarsa voglia di cambiamento, di partecipazione; forse i siciliani si sentono poco tutelati, sanno che lo Stato non gli è vicino, o peggio ancora, che lo Stato ha, in modo diretto o indiretto, tutelato la Mafia stessa, stringendo rapporti di collaborazione con essa. Personaggi come Andreotti, Cuffaro, Dell’Utri, Berlusconi, sono in una posizione non del tutto chiarita in tal senso, poiché, da quanto si legge dalle carte processuali a loro carico, i loro reati di “concorso esterno in associazione mafiosa” sono o prescritti o solo in parte assolti; quindi, di contro, in parte (maggiore o minore) riconosciuti. E ridicoli sono gli ex membri di Alleanza Nazionale che hanno fatto propria l’immagine di Borsellino, e che negli anni successivi hanno stretto certe alleanze politiche; perdendo, negli ultimi anni, la propria di identità…
Con la morte di Falcone e Borsellino la Mafia ha sconfitto definitivamente lo Stato, e carbonizzato, insieme ai cadaveri di quegli eroi e alle loro auto, anche le speranze di cambiamento. Le stesse commemorazioni, così stanche, forzate, ipocrite, non rappresentano altro che un modo per ucciderli ogni anno. Così che i due Magistrati siciliani, e chi è morto insieme a loro, sono stati uccisi 19 volte: la prima brutale volta, e i 18 anni successivi…E si continuerà ad ucciderli fin quando la verità non sarà del tutto stata rivelata.
Di seguito, pubblico un video trovato su Youtube che riporta l’ultima intervista rilasciata a Paolo Borsellino due mesi prima di morire ad una rete francese “Canal +”. Parla di Mangano, di Dell’Utri…e di Berlusconi; il video è intervallato da alcune dichiarazioni di Berlusconi e Dell’Utri, tanto per avere un buon quadro d’insieme. Un quadro ovviamente nero.

Animazione Flash
(Fonti: La StampaTgcom)

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