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Franco Zeffirelli, regista sopravvalutato

(…) Adesso che Gesù ha un clan di menestrelli che parte dai blue jeans e arriva a Zeffirelli”

Con questo verso nella sua “A me mi piace vivere alla grande”, canzone presentata a Sanremo nel 1979, il cantautore Franco Fanigliulo parlava del regista fiorentino Franco Zeffirelli. Il quale due anni prima aveva girato Gesù di Nazareth, uno sceneggiato televisivo del 1977 di 5 puntate. Trasposizione della vita di Cristo, con un cast di eccezione, nel quale su tutti spicca Robert Powell, attore britannico prevalentemente teatrale ricordato soprattutto per questo ruolo.

Almeno due generazioni sono cresciute col Must di guardare Gesù di Nazareth durante le festività pasquali. Quel Gesù così vero e autentico ci è rimasto impresso nella memoria, forse per la vita. E pensare che Powell avrebbe dovuto interpretare Giuda. Ma, visto in tunica con le fattezze identiche di Gesù, Zeffirelli non poté che dargli quel ruolo. Una scelta che farà la fortuna di quella serie.

La quale, molto probabilmente senza quel Gesù così uguale a quello dell’immaginario collettivo, non avrebbe avuto lo stesso successo. E pensare che inizialmente per quel ruolo era stato scritturato Al Pacino. Il quale, quanto meno, con una barba folta, avrebbe somigliato a come Cristo realmente doveva essere. Almeno stando ai tratti somatici di chi ha vissuto in quelle zone.

Detto ciò, Franco Zeffirelli, morto una settimana fa, è stato accompagnato per quasi tutta la sua carriera dal titolo di Maestro. Ma è stato davvero ?

Franco Zeffirelli, perché Maestro?

franco zeffirelli

Una bella stroncatura alla cinematografia del regista fiorentino la dà Vincenzo Morvillo, per Contropiano:

(…)

D’altronde, non ha mai avuto, il regista toscano, il tocco vellutato, profondo, poetico del grande autore. O, di converso, lo spirito abrasivo, urticante, critico e iconoclastico dell’intellettuale impegnato.

Non possedeva la lucida oggetività dello sguardo, propria del cinema d‘inchiesta, sociale e politico. Non aveva la pietas necessaria per dipingere affreschi esistenziali, con la tavolozza dei colori della tragica commedia umana. Non era dotato della necessaria freddezza, utile a maneggiare quel bisturi che gli avrebbe permesso di vivisezionare l’animo dei suoi personaggi, al fine di indagarne sentimenti, passioni, meschinità, psicologie.

Neanche la brillantezza caleidoscopica e la freschezza inventiva e semiologica del cinema postmodernista – e fieramente liberista – gli apparteneva.

Non possedeva l’ ampiezza di respiro e la stratificazione narrativa del primo Bertolucci. Non la magnificenza visionaria di un Fellini. Non aveva il talento, nel cogliere il dinamismo della realtà, di un Bellocchio. Gli mancavano l’arguzia ironica e la cultura sociale di un Germi, per scandagliare, tra le pieghe, il sentimento piccolo-borghese dell’ italiano medio. E anche sul terreno di quel melodramma, che tanto amava, non era in grado di toccare le vette del pathos umano, vibranti sullo sfondo della Storia, cui sapeva giungere Visconti.

Gli mancava la sensibilità lirica del cantore neorealista, che invece apparteneva a De Sica. Non era provvisto di quella cultura materialista, che gli permettesse di coniugare i processi storici con la vicende singolari e soggettive, di cui era, invece, superbamente dotato Rossellini. Mancava di quelle capacità documentaristiche e inchiestistiche, in cui eccelleva Rosi.

Il suo animo e la sua intelligenza artistica non riuscirono mai a toccare le corde di quell’ intimo sentire cristiano, popolare e borghese, che, da par suo, viceversa, riusciva a far risuonare, senza retorica, un autore come Olmi. Era sprovvisto dell’incanto realistico e magico dei fratelli Taviani. Furono assenti, nel suo percorso, il grido della solitudine umana, l’incomunicabilità, la seduzione corruttrice della società dei consumi e la conseguente critica borghese che appartennero, contrariamente, ad Antonioni.

Non possedeva lo sguardo d’insieme, politico, corrosivo, grottesco, espressionista, che caratterizzava un regista come Petri. E men che meno gli si potrebbe ascrivere la genialità eretica di quel grandissimo maestro che fu Marco Ferreri. Nulla di tutto ciò, rientrava nel cinema di Zeffirelli.

(…)

Autore estetizzante, manierista, melenso, melodrammatico, ideologicamente borghese, lezioso e privo di qualunque tratto di originalità, Zeffirelli aveva – ci sembra di poterlo affermare con animo sereno – una concezione ottocentesca, nel senso più deteriore, del teatro e del cinema. Retrograda e inquadrabile nell’ottica di una cultura formalistica, descrittiva, erudita, arcadica.

Amante, com’è noto, dell’Opera Lirica, il suo cinema era giustappunto paragonabile alla retorica ampollosità di certe opere di Verdi. Le sue erano regie essenzialmente artificiose, inautentiche e conformi al gusto dominante.

Insomma, con un azzardo polemico e un accento ironico, avvalendoci di un’arbitraria estensione semantica, potremmo definire il cinema estetico ed estetizzante di Zeffirelli uno pseudo cinema kantiano. Con riferimento, ovviamente, al concetto di Bello espresso dal gigante di Königsberg nella sua Critica del giudizio.

Un cinema, pertanto, intellettualmente disimpegnato, disinteressato, a-finalistico, incarnazione di quella pulchritudo vaga che ben sembra attagliarsi all’arte dei nostri tempi. Tempi di merce, di mercato, di svago. Un’idea dell’arte inaccettabile per chi si professa seguace di teorie estetiche riconducibili a Benjamin, Adorno, Lukàcs. E di un’idea di cultura marxiana, sganciata dall’autovalorizzazione del Capitale.

I suoi film sembrano puri esercizi di stile e di maniera. Il suo Fratello sole sorella luna è un ritrattino agiografico privo di qualunque pathos, di qualunque sofferenza intima e dunque di qualunque tensione alla trascendenza, che pure fecero della vita del santo di Assisi quella parabola tanto complessa ed eretica all’interno della storia stessa del cattolicesimo.

A Shakespeare Zeffirelli tolse poesia, sangue, nervi, conflitto, emozione, tragedia, vis comica e, soprattutto, quell’inattualità propria dei classici, che li rendono nostri contemporanei. Per citare proprio un saggio dedicato al Bardo di Stratford, da Jan Kott, dal titolo Shakespeare nostro contemporaneo.

Ne relegò, invece, contenuti, tematiche, poetica, all’interno di una cornice illustrativa, mielosa e neo-romantica: il suo Romeo e Giulietta risulta irritante, in tal senso; un quadro di barocca spettacolarità hollywoodiana, scenograficamente sontuoso, infarcito di puro accademismo formale e svuotato, pertanto, di qualunque densità emotiva e psicologica, come nel caso dell’Amleto.

Mentre il suo biondissimo Gesù di Nazareth, era un condensato di infantile ingenuità favolistica, di arrogante iconografia ariana e pervaso da un grottesco stupore messianico e miracolistico. Il pur bravo Robert Powell, in poche parole, sembrava la copia dell’immenso Robert Plant che, in preda a un acido, camminava sulle acque.

Dunque, per concludere. La morte di Zeffirelli non lascia, a nostro modesto avviso, nessun vuoto nella storia del cinema, del teatro e della cultura di questo paese.

Un paese già abbondantemente immiserito, nel suo patrimonio intellettuale e artistico, da un’ondata reazionaria che lo sta trascinando nelle secche di un convenzionalismo ripugnante e pericoloso, su cui estende la sua longa manus il verbo assoluto del mercato. Un convenzionalismo che qui da noi si declina con tutti i crismi della Kultura catto-fascista, maschilista, patriarcale e sciovinista.

Una cultura, dobbiamo dirlo, alla cui persistenza ha contribuito anche Franco Zeffirelli!

Per quanto mi riguarda, trovo i suoi film freddi, distaccati, lenti. Che non sono stati spogliati dello stile teatrale del regista. Il quale, può dare alle pellicole cinematografiche un tocco diverso rispetto alla norma. Ma comunque non adatto alla, seppur meno nobile rispetto al Teatro, arte del Cinema.

Franco Zeffirelli, a destra per convenienza?

franco zeffirelli forza italia

Franco Zeffirelli fu anche due volte senatore della Repubblica, nelle file di Forza Italia. Prima nel 1994, registrando un numero record di voti e poi nel 1996, entrambe le volte nella circoscrizione di Catania.

Questa scelta però, viene vista più come opportunistica. Cioè, sedersi a destra perché i posti a sinistra erano già tutti eccellentemente occupati. Divenne un forte sostenitore ed amico di Berlusconi. Secondo i maligni, per avere più facilmente “porte aperte”.

Questa accusa però forse non regge, più che altro perché Zeffirelli è stato comunque un conservatore. Nonché reazionario, lui omosessuale, anche in tema di diritti omosessuali. Fu, infatti, decisamente contrario ai matrimoni gay e alle adozioni da parte di coppie omogenitoriali. Quindi, la scelta politica ci sembra tutto sommato coerente col suo modo di pensare e vedere il mondo.

Certo, è anche vero che le tessere di partito nel nostro Paese aiutano molto…

Franco Zeffirelli film

Gesù di Nazareth

Ecco la filmografia di Franco Zeffirelli:

  • Camping (1957)
  • Maria Callas at Covent Garden (1964) Film TV
  • Un giorno insieme (1965)
  • Per Firenze (1966)
  • La bisbetica domata (1967)
  • Romeo e Giulietta (1968)
  • Fratello sole, sorella luna (1972)
  • Gesù di Nazareth (1977) Film TV
  • Il campione (1979)
  • Amore senza fine (1981)
  • Pagliacci (1982)
  • Cavalleria rusticana (1982)
  • La traviata (1983)
  • Otello (1986)
  • Il giovane Toscanini (1988)
  • Firenze, episodio di 12 registi per 12 città (1989)
  • Amleto (1990)
  • Don Carlo (1992) Film TV
  • Storia di una capinera (1993)
  • Jane Eyre (1996)
  • Un tè con Mussolini (1999)
  • Callas Forever (2002)
  • Aida (2006)
  • Omaggio a Roma (2009)
Luca Scialò

Pubblicato da Luca Scialò

Sociologo, blogger, web writer. Amo il Cinema, l'Inter e ovviamente scrivere

Una risposta a “Franco Zeffirelli, regista sopravvalutato”

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