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Hammamet, trama e recensione del film sugli ultimi anni di Craxi

Da più di una settimana è uscito nelle sale cinematografiche Hammamet, film di Gianni Amelio sugli ultimi giorni di Bettino Craxi nella omonima capitale tunisina.

La pellicola è uscita in concomitanza con il ventennale della morte dell’ex Presidente del consiglio nonché segretario socialista. La quale ha collaborato al rinfocolarsi delle nostalgie e delle critiche che ancora oggi dividono gli italiani riguardo Craxi (in questo articolo ho riportato un bilancio sul suo operato).

Di seguito riporto la trama di Hammamet e la mia recensione su .

Hammamet trama

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Bettino Craxi si trova nella sua villa di Hammamet, capitale della Tunisia. Dove ha ottenuto asilo politico, fuggito dall’Italia e da una giustizia che egli invece ritiene ingiusta. Al suo fianco la moglie, la figlia e il nipotino. Mentre il figlio è in Italia nel tentativo di non far sgonfiare la sua enorme eredità politica. Seppur ormai scomoda e imbarazzante anche per quanti un tempo lo idolatravano.

Ormai però è una persona malata di cuore, con un diabete che lo affligge da un trentennio. Malgrado ciò, come egli stesso dice: “è meglio aggiungere vita agli anni anziché anni alla vita”. Il passato comunque lo va a trovare, nelle vesti del figlio del tesoriere del partito che si è suicidato colpito dalle inchieste giudiziarie; di un’amante che non ci sta a perderlo; di un politico che è ormai ripulito dai suoi “peccati giudiziari”.

Pur di non tornare in ginocchio in Italia, preferisce farsi operare in un carente ospedale tunisino. Malgrado gli alti rischi che ciò comporta.

Hammamet recensione

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Gianni Amelio è un regista che scava nell’anima dei suoi personaggi. Non si limita a raccontare storie, ma cerca sempre di lasciare un segno negli spettatori che guardano i suoi lavori.

Non sfugge a questo tentativo Hammamet, che si prefigge di raccontare gli ultimi anni di vita di Bettino Craxi. Segretario dello Psi per un quindicennio, oltre che Presidente del consiglio per 4 anni. Un personaggio che durante i rispettivi mandati, fu capace di unire i socialisti, farli uscire dalla sudditanza a sinistra col Pci, sottrarre l’egemonia a Palazzo Chigi della Dc, portare l’Italia ad una crescita economica che gli diede di diritto un posto tra i Paesi del G7, rendere il nostro Paese un punto di riferimento terzomondista.

Di contro, però, viene anche ricordato per essere stato tra gli esponenti di spicco di Tangentopoli, per aver portato nella politica la demonizzazione di giornalisti e magistrati, di aver portato il debito pubblico su livelli esponenziali, di aver portato alla personalizzazione della disputa politica.

Amelio però mette da parte tutto ciò, evitando un giudizio morale e politico sul personaggio. Limitandosi a raccontare la sofferenza umana degli ultimi istanti di vita del politico. Il suo rapporto di affetto, ma anche scontro, con la figlia (che nel film si chiama Anita anziché Stefania, come la moglie di quel Garibaldi che tanto stimava). E di silenzi e distanze col figlio (chiamato Sergio anziché Bobo), che si sforza di portare il fardello dell’eredità politica del padre. Cercando in Italia una via parlamentare al suo ritorno in Italia, ma senza successi.

Nella realtà, invece, Bobo gli stette molto vicino. Mentre all’opposto, Stefania fu più distante. Ma nel Cinema il rapporto padre-figlia funziona meglio. Così come la moglie appaia nel film fedele e remissiva, sebbene nella vita reale pare fosse una donna che gli tenesse maggiormente testa.

Non sono però questi gli unici spunti di fantasia del film. Proprio perché il regista ha preferito romanzare la storia. Infatti, nel film il tesoriere dello Psi (Vincenzo Balzamo, nella reatà Giuseppe Cederna), nonché due volte Ministro, preso dai rimorsi e dalla paura di finire in carcere, si suicida. Mentre nella realtà è morto di infarto. Così come la soubrette interpretata da Claudia Gerini sia un personaggio di fantasia, sebbene nella realtà una delle due sue amanti, Patrizia Caselli, davvero lo seguì nell’auto-esilio tunisino rinunciando ad un contratto con la Rai.

Ed ancora, il giovane Fausto che giunge fino in casa sua per consegnargli la lettera del tesoriere suicida, è un personaggio completamente inventato. Seppur funzionale alle esigenze drammaturgiche della sceneggiatura di Alberto Taraglio. La scena in ospedale con la gamba malconcia, fu nella realtà davvero fotografata dal fotografo personale del leader socialista: Umberto Cicconi. Mentre nel film non ci sono fotografi pronti ad immortalare quel momento così segnante.

Anche il politico barbuto che lo va a trovare sembra non avere riscontri reali. Sebbene sicuramente incarni quanti in quegli anni sono andati da lui dicendo di aver raccontato tutto e di aversela cavata per quello. Il dialogo tra i due è anch’esso funzionale alla storia ed emblema degli anni di Tangentopoli e Mani pulite.

Menzione a parte spetta a Pierfrancesco Favino. Capace di superarsi continuamente. Aiutato certo da uno straordinario trucco, ma bravissimo nella mimica e nella cadenza linguistica che contraddistingueva Craxi. Altra prova superlativa dopo l’interpretazione di Tommaso Buscetta ne Il traditore.

E’ giusto che il Cinema romanzi la realtà, concedendosi qualche licenza poetica. Altrimenti, sarebbe mero documentario. Maestro in questo è per esempio Clint Eastwood. E lo ha provato per l’ennesima volta con l’ultimo film uscito in questi giorni: Richard Jewell. O, ancora, senza dover andare fuori casa nostra, un buon esempio è Il divo, di Paolo Sorrentino. Il quale, tra metafora e surrealismo, riesce anche egregiamente a trattare argomenti delicati che coinvolsero gli ultimi anni di potere di Giulio Andreotti.

Tra le scene che restano, senza dubbio la ricostruzione del caso Sigonella, simbolo degli anni al potere di Craxi, inscenato sulla spiaggia coi soldatini da suo nipote mentre gioca. O quando si reca dall’amante ormai invecchiato e malconcio, senza più la sicurezza di una volta. O, verso il finale, la scena del varietà che lo mette alla gogna ormai malato e indifeso.

La pellicola si apre e si chiude con una cerbottana che fracassa il vetro di una finestra. In entrambe le volte a farlo è proprio Craxi: la prima volta da bambino discolo, la seconda metaforicamente da personaggio politico. Quest’ultima finestra è ancora lì, frantumata. Per un Paese che non riesce mai a mettere insieme i cocci della propria Storia.

Luca Scialò

Pubblicato da Luca Scialò

Sociologo, blogger, web writer. Amo il Cinema, l'Inter e ovviamente scrivere

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