Jobs Act danno ai lavoratori: lo dice anche Corte Costituzionale

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Tra i primi provvedimenti dell’attuale Governo giallo-verde, oltre al contrasto all’immigrazione clandestina, c’è anche il superamento del Jobs Act voluto e sbandierato enormemente dal Governo Renzi. Certo, secondo diversi esperti, pseudo-tali e pennivendoli, con il decreto dignità voluto da Luigi Di Maio, si perderanno molti posti di lavoro in quanto i datori saranno poi costretti ad inserire a tempo indeterminato il dipendente. Mentre il Jobs Act impone un precariato a vita. E fa specie che questa obiezione provenga anche da quanti, specie a sinistra, sbandierano il posto fisso e la lotta alla precarietà.

In un’intervista al Tg1 del 31 agosto 2017, l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto alcuni commenti sulla situazione occupazionale italiana:

“I numeri parlano chiaro – ha detto – dal febbraio 2014 ad oggi l’Istat dice che ci sono 918.000 posti di lavoro in più, quasi un milione di posti di lavoro in più”.

Renzi quindi sbandiera i presunti meriti del Jobs Act, quel milione di posti di lavoro promessi da Berlusconi nel 1994, mai realizzati non solo in quel governo (durato comunque solo 8 mesi), ma anche nei 9 anni di governo successivi degli anni 2000.

Riguardo al Jobs Act, per valutarne l’impatto preciso ci vogliono studi specifici e fino ad ora non ne sono stati fatti molti: gli economisti, insomma, sono piuttosto divisi nel valutare l’effetto del Jobs Act.

Tra le critiche a un’interpretazione dei dati troppo favorevole al Jobs Act è stato fatto notare che, dalla fine delle decontribuzioni sui nuovi assunti, i posti di lavoro a tempo indeterminato hanno rallentato molto la loro crescita, e che parte dell’aumento del numero degli occupati viene dal ritardo nei pensionamenti imposto dalla riforma Fornero.

Per molti, comunque, il Jobs Act è stato un danno ai lavoratori. E ora si aggiunge pure la Corte costituzionale, che parla addirittura di parziale incostituzionale della legge. Ecco in quali parti.

Jobs Act incostituzionale ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza

Come riporta Il Fatto quotidiano, l’indennizzo previsto dal Jobs act in caso di licenziamento illegittimo è incostituzionale. Né basta a modificarne l’impianto il recente adeguamento previsto dal decreto Dignità varato dal governo Lega-M5s. E’ stata la stessa Consulta a rendere nota la decisione con un comunicato, in attesa che venga resa nota la sentenza, nel giro di qualche settimana.

Recita il comunicato: la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte – non modificata dal successivo Decreto legge n.87/2018, cosiddetto “Decreto dignità” – che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato.

In particolare, secondo i giudici, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Il Jobs act varato dal governo Renzi prevedeva un indennità di licenziamento compresa tra 4 e 24 mensilità, calcolata in due mensilità per ogni anno di servizio prestato. Criterio modificato, ma solo nei numeri, dall’attuale esecutivo che ha portato gli estremi di calcolo da un minimo di sei a un massimo di 36 mensilità, ma senza modificare il meccanismo.

Tutte le altre questioni relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate.

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