Sport e strage di cani randagi, ci risiamo: ultimo caso in Marocco

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Ogni volta che un Paese si candida per ospitare un evento sportivo di livello internazionale, provvede innanzitutto ad eliminare i cani randagi per strada. Il fenomeno è ormai diventato un must. Come se la presenza di cani randagi per strada, ancora prima della carenza di infrastrutture, della criminalità, delle mazzette.

Migliaia di cani furono uccisi ad Atene in vista delle Olimpiadi del 2004 (che tra l’altro contribuirono a mandare il paese in rovina). Mentre, sempre in ragione delle olimpiadi che dovevano essere disputate, a Pechino nel 2008 furono migliaia i cani ed i gatti inviati in “death camps” “campi di sterminio”.

Nel 2014, in occasione di quei giochi olimpici invernali di Sochi passati alla storia per i disastri ambientali che furono messi in atto (nella zona tra il Mar Nero e le montagne del Caucaso, trasformare un’area naturale protetta in terreno edificabile divenne ormai una prassi del tutto normale), la mattanza riprese, con la stessa motivazione: “Rovinano l’immagine del paese agli occhi del mondo”. Secondo gli animalisti nei mesi precedenti l’evento si proseguì con un ritmo di 300 cani uccisi al mese.

La Russia è finita sotto accusa anche per il massacro dei cani randagi presenti nelle 11 città che quest’estate ospiteranno la Coppa del Mondo 2018. Attualmente si calcola che siano circa due milioni i cani e gatti randagi in Russia. Non si sa quanti girano per le 11 città interessate dall’evento, ma di certo centinaia di migliaia.

Il problema randagismo in Ucraina esiste da sempre e con esso le ingiustificate violenze a cani e gatti che vivono per la strada. Ma da quando il Paese fu designato insieme alla Polonia come ospite dei campionati di calcio Euro 2012, violenze e uccisioni hanno subito un’escalation impressionante. Su Internet impazzavano le immagini e i video di cani presi a bastonate, uccisi a fucilate o agonizzanti per terra dopo essere stati avvelenati.

Le associazioni parlano di almeno 10 mila vittime negli ultimi mesi, ma tenere un conto preciso di quanti animali siano caduti in Ucraina è molto difficile. Nella sola Kiev si parla di 15-20 mila cani randagi abbattuti in un anno.

Ma torniamo al Marocco, candidato a ospitare i Mondiali 2026. Altro mondiale, altra strage di cani randagi. Ecco i numeri.

La strage di cani randagi in Marocco

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Come riporta Il Fatto quotidiano, la denuncia arriva dagli educatori cinofili italiani che da quattro anni aiutano l’associazione animalista Le coeur sur la patte di Taghazout, un piccolo villaggio di pescatori a pochi chilometri da Agadir. “A Taghazout da lunedì non c’è più nessun cane. Uomini armati e gendarmi sono arrivati di notte con dei camioncini. Pagando ragazzini per sapere dove si nascondevano i cani ne hanno poi uccisi a decine fucilandoli o acciuffandoli con delle reti e trasportandoli per ucciderli da un’altra parte”, spiega a Ilfattoquotidiano.it, Lorenzo Niccolini, istruttore cinofilo formatosi alla SIUA di Bologna.

La mattanza corrisponde all’arrivo dei funzionari della FIFA che dovranno ispezionare per una settimana la provincia di Agadir con l’obiettivo di capire se il Marocco può battere la triade Stati Uniti/Messico/Canada nella corsa ai Mondiali 2026. Così come nell’attesa degli Europei a Kiev nel 2012 si sono fatte fuori decine di migliaia di cani in pochi mesi, anche lo stato africano sembra non voler essere da meno.

Da queste parti i cani non sono molto tollerati, anzi”, continua Niccolini. “Mentre il gatto è quasi sacro, soprattutto perché mangia i topi, e altri animali vivono, almeno fino al giorno della loro uccisione a fini alimentari, liberi di pascolare dal momento che non ci sono allevamenti di tipo intensivo, il cane è generalmente bandito. Quando passa il re in parata, ad esempio, anche all’associazione Le Coeur sur la patte è stato ordinato di raccoglierli tutti e renderli invisibili agli occhi del sovrano”.

Strage di cani in Marocco, la contraddizione di Agadir

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Eppure la contraddizione che sta vivendo la zona di Agadir è sotto agli occhi di tutti. Soprattutto dei turisti occidentali, americani, europei e australiani, che negli ultimi tempi hanno trovato proprio a Taghazout uno dei migliori luoghi per fare surf anche durante l’inverno. Solo che nella zona la quantità incontrollata e non smaltita di rifiuti non fa altro che alimentare la sopravvivenza dei cani che se ne ciba, e che poi si riproduce in modo incontrollato.

“Il paradosso è che per richiamare il turismo anche d’élite che si sta affermando in questa zona vengono costruiti resort per sceicchi arabi, alberghi, perfino campi da golf. Oltre che al disastro paesaggistico i cantieri si riempiono di cani perché sono zeppi di rifiuti lasciati da chi ci lavora che dormendo nelle tende durante la notte lascia rifiuti ovunque”.

Niccolini e altri educatori SIUA hanno preso a cuore la situazione di Taghazout da quattro anni fornendo aiuto all’associazione locale marocchina in merito alla sterilizzazione, alle vaccinazioni e alle cure, come ad un’educazione minima dei randagi. “Se conosci l’etologia dei cani nell’ambiente rendi la convivenza con la popolazione il più serena possibile”, sottolinea Niccolini. Un lavoro paziente e preciso che ha registrato anche i consigli di Andrea Cisternino, il fotografo che lottò contro la mattanza di cani in Ucraina, e che si dissolve nel sangue in una notte di aprile.

Ora andare avanti non è facile. Hanno ucciso anche Shonik il cane simbolo del nostro progetto e che si può vedere nella nostra pagina Facebook. Era rispettato da tutti, ed era stato adottato da un pescatore. Gli abitanti del villaggio lo adoravano e lo chiamavano “wasir”. Ci ha guidato nelle perlustrazioni ed era spesso nella piazza centrale. Sarà sicuramente stato il primo ad accogliere i suoi carnefici. La sua bontà e la sua fiducia verso l’uomo lo hanno condannato alla morte”.

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