I primi cento giorni di Trump: tra fallimenti e voltafaccia

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L’amministrazione guidata da Donald Trump ha compiuto i fatidici primi cento giorni. Quelli che già fanno tirare le somme, fare bilanci, promuovono o condannano un eletto. Di qualsiasi livello: dal Sindaco al Presidente degli Stati Uniti. Come se i successivi 4-5 anni che gli rimangono non contassero. Certo che questi primi tre mesi e passa di Governo Trump sono stati pirotecnici, tra provvedimenti non andati in porto e voltafaccia dello stesso Tycoon. A partire proprio dal giudizio sui primi cento giorni. Durante la campagna elettorale invitava i suoi elettori ad immaginare “cosa potremo realizzare nei primi 100 giorni della mia amministrazione” o di voler pretendere da ogni ufficio del governo “una lista dei progetti inutili da eliminare nei miei primi 100 giorni”.

Invece in uno dei suoi soliti tweet, ultimamente ha definito “ridicola l’abitudine dei 100 giorni”. Forse perché sa che i suoi non sono proprio brillanti. Vediamo di seguito i primi 100 giorni di Trump.

I primi 100 giorni di Trump

La sanità

Come riporta Il Fatto quotidiano, questa è la sconfitta più bruciante per Trump. L’obiettivo di cancellare l’Obamacare era stato annunciato in campagna elettorale. Una riforma – che eliminava l’obbligatorietà dell’assicurazione sanitaria – è poi stata precipitosamente inviata al Congresso e altrettanto precipitosamente ritirata. Soprattutto i settori più conservatori, quelli che fanno capo al Freedom Caucus, si sono rifiutati di dare il via libera. Nelle ultime ore sembra che un’altra riforma stia prendendo forma alla Camera, ma resta l’incertezza su quello che farà il Senato e tutta la questione resta in alto mare.

Esteri

trump politica estera putinQui siamo al completo voltafaccia. Prima di diventare Presidente, Trump aveva una buona amicizia con Putin, attaccava continuamente la Cina e aveva affermato di non volersi impicciare negli affari degli altri paesi con lo slogan “America first”. E invece, dopo i primi cento giorni ci ritroviamo con rapporti tra Trump e Putin peggiorati, quelli con la Cina migliorati e raid ripetuti in Medio Oriente. Yemen prima, Siria poi, Afghanistan per ultimo. Poi ha dichiarato guerra alla Corea del Nord e all’hobby poco convenzionale del suo dittatore di lanciare missili nelle acque delle vicine Corea del sud e Giappone. Trump, mostrando i muscoli in politica estera, cerca di rifarsi dai tentennamenti in politica interna.

Ambiente

Il settore dove Trump sta facendo quello che ha promesso. Complice anche il sostegno dei repubblicani. Nell’“America First Energy Plan”, reso pubblico il giorno dell’insediamento, non veniva fatto alcun cenno all’energia rinnovabile. Trump ha poi proseguito nelle sue politiche ambientali con: due ordini esecutivi che fanno ripartire i controversi oleodotti Keystone XL e Dakota Access; il congelamento di nuove assunzioni e borse di studio dell’Environmental Protection Agency (Epa), per cui è previsto un forte taglio dei finanziamenti; la nomina alla guida della stessa agenzia di Scott Pruitt, un antico nemico di Epa per cui il diossido di carbonio non è la principale causa di inquinamento; un altro ordine esecutivo che ordina la revisione delle norme decise da Barack Obama in tema di protezione delle acque; la revoca del bando alle munizioni contenenti piombo sulle terre federali che sempre Obama aveva imposto (e che non piaceva alla National Rifle Association, la lobby delle armi); un nuovo ordine esecutivo firmato il 28 marzo (“Promoting Energy Independence and Economic Growth”) che dà inizio allo smantellamento del Clean Power Plan, sui limiti alle emissioni inquinanti delle industrie energetiche; la revoca del bando all’uso in agricoltura del Clorpirifos, un pesticida vietato dal 1965. Si tratta di un corpo sostanzioso di norme che dovrebbe portare all’abbandono degli accordi sul clima di Parigi e che semina preoccupazione tra scienziati e ambientalisti.

Intercettazioni e Nafta

Trump aveva promesso un rapporto “entro novanta giorni” dalla sua entrata alla Casa Bianca sulle presunte intercettazioni russe durante la campagna elettorale 2016. Un altro rapporto era stato anticipato su altre presunte intercettazioni, quelle dell’amministrazione Obama nella Trump Tower. E di un’altra inchiesta sulle frodi elettorali aveva parlato il vice presidente Mike Pence. Di nessuna delle tre indagini si ha notizia.

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trump simpsonL’attacco all’Accordo di libero scambio nord-americano, invece, si è innestato sulla retorica anticinese in tema di bilancia commerciale (“la Cina ci stupra”, diceva Trump). La retorica è stata presto abbandonata e la Cina è diventata “un grande alleato”. Stesse oscillazioni sulla questione del Nafta. Oggi la Casa Bianca dice di pensare ad abbandonare l’accordo con Messico e Canada, ma a fine marzo parlava di cambiamenti “minimi” che avrebbero lasciato in vita le parti più controverse dell’accordo (per esempio il processo detto “Investor State Dispute Settlement” che permette agli investitori internazionali di fare causa ai governi quando i loro interessi vengono toccati, senza che le sentenze siano soggette ad appello). L’impressione è che il Nafta resterà un oggetto sventolato da Trump – con una buona dose di retorica ma pochi risultati – di fronte ai settori più popolari del suo elettorato.

Il Muro col Messico e il bando all’immigrazione islamica

trump f-35Per tutta la durata della campagna elettorale, Trump ha fatto della costruzione del muro con il Messico la promessa più dirompente. Il muro, spiegava Trump, lo avrebbe dovuto pagare il governo messicano. Nei primi giorni di presidenza Trump ha interrotto bruscamente un telefonata con Enrique Peña Nieto e ha fatto saltare una visita del presidente messicano. La richiesta era sempre la stessa: che il Messico pagasse. Non se ne è saputo più nulla. E’ quindi sembrato che la proposta fosse quella di finanziare il muro attraverso l’aumento dei dazi; possibilità scartata perché si sarebbe abbattuta sui consumatori. L’ultima trovata è stata inserire il finanziamento per il muro (21,6 miliardi, secondo alcuni esperti) nella legge di bilancio. Anche a questo il Congresso ha detto no. L’unica cosa cui i repubblicani hanno acconsentito è un aumento della spesa per la sicurezza. Magra consolazione per chi voleva innalzare un “bellissimo muro” al confine meridionale.

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